Category ArchiveSenza categoria

XYQuartet – QuartettoQuartetto

Nuovo progetto di qualità di Nusica.org. QuartettoQuartetto è nato dalla sinergia tra XYQuartet e il Conservatorio di Musica di Vicenza Arrigo Pedrollo.

QuartettoQuartetto è un originale lavoro di orchestrazione di celebri hit di XYQuartet, riarrangiati dalla band e dal compositore Gianmarco Scalici. Apprezziamo infatti sei brani storici del gruppo (Titov; Malcom Carpenter; Spazio Angusto; Vale Vladi; Consecutio Temporum e Pax Vobiscum) e due inediti (No Evidence; Essential) registrati ed eseguiti insieme a quattro musicisti del Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza.

QuartettoQuartetto ripercorre la storia di XYQuartet, con Alessandro Fedrigo al basso elettrico, Nicola Fazzini al sassofono, Saverio Tasca al vibrafono e Luca Colussi alla batteria, insieme ai percussionisti Christian Del Bianco, Paolo Zanin, Rossano Muzzupapa, Luca Gallio, e l’ausilio della classe di musica elettronica, Gli otto musicisti danno vita a un disco pensato per indagare nuove soluzioni timbriche e ritmiche, in cui marimbe, gong, campane tubolari, archi, timpani colorano gli otto brani dell’album.

Titov (N.Fazzini) dedicata al secondo cosmonauta nello spazio e un intreccio di metri ritmici diversi esaltati dalle timbriche delle percussioni; Malcolm Carpenter (N.Fazzini), composizione poliedrica che utilizza diverse tecniche timbriche, ritmiche e armonico-compositive, ispirata alla vita dell’omonimo astronauta; Spazio Angusto si basa sull’assemblaggio di elementi ritmici e melodici binari e ternari in un unico groove, riorchestrata da Gianmarco Scalici con ampio uso di diverse percussioni, incluso body percussion. E ancora, Vale Vladi (S.Tasca) arrangiamento/riscrittura del materiale compositivo contenuto nei brani “Valentina Tereshkova” e “Vladimir Komarov” contenuti nell’album Orbite (2017) in cui si può dire, semplificando, che ogni coppia di note contiene in sé la propria sorgente e il proprio ritmo.

E ancora Consecutio Temporum (A.Fedrigo) dove si susseguono continue variazioni di tempo, comprese delle modulazioni metriche. Le strutture intervallari sono organizzate in forma di spirali che continuamente si contraggono e si espandono e che vengono permutate attraverso i vari strumenti. Nell’orchestrazione per questo ensemble si simula il meccanismo di un macchinario che si mette in moto, accelera e rallenta improvvisamente.

Le fa eco Pax Vobiscum (A.Fedrigo) un momento di pace apparente, di meditazione che al suo interno possiede dissonanze forti e contrasti dinamici. L’elemento centrale in questa composizione è la narrazione di uno stato d’animo che evolve e in queste evoluzioni incontra i solisti improvvisatori. Le percussioni sono parte della narrazione e enfatizzano i contrasti con la potenza dei timbri possibili.

A questi brani si aggiungono gli inediti No Evidence, composizione inedita di Nicola Fazzini riarrangiata da

Saverio Tasca e Luca Colussi, un vero mascheramento della composizione Evidence di Thelonious Monk ed Essential composta ed arrangiata da Tasca.

XYQuartet | QuartettoQuartetto

Nicola Fazzini (alto sax)

Alessandro Fedrigo (bass guitar)

Saverio Tasca (vibes)

Luca Colussi (drums)

Christian Del Bianco (percussions)

Paolo Zanin (percussions)

Rossano Muzzupapa (percussions)

Luca Gallio (percussions)

XYQuartet è uno dei gruppi più apprezzati della nuova scena del jazz italiano. Con alle spalle tre incisioni e numerosi prestigiosi concerti in Italia e all’estero è stato premiato nel 2014 e nel 2017 come secondo miglior gruppo italiano nel sondaggio della critica indetto dalla rivista Musica Jazz.

IL PRINCIPE SEREBRJANYJ – ALEKSEJ K. TOLSTOJ

Una nuova uscita Scrittura & Scritture:

È il 1565 quando il giovane principe Nikita Romanovič Serebrjanyj, nobile bojaro russo, rientra a Mosca, dopo aver combattuto per cinque anni nella lontana Lituania.
Durante la sua assenza molte cose sono cambiate: la corte imperiale si è trasferita da Mosca all’Aleksandrovskaja Sloboda, la sua amata Elena è vittima di intrighi e soprusi e il suo zar, Ivan il Terribile, cui ha giurato fedeltà incondizionata, ha scatenato, non solo sul popolo ma anche sulla comunità nobile dei bojari, il terrore e la tirannia, istituendo la milizia speciale degli opričniki.
Lo scontro tra il carattere sincero e leale del giovane principe e lo zar con tutta la corte, corrotta e dedita a ogni forma di violenza, dà vita a una narrazione dall’ingranaggio perfetto, ricca di avventura e colpi di scena, e di personaggi malvagi come il capo dei boia, Maljuta Skuratov.
Su tutto, un grande affresco della Russia del Cinquecento in cui si muovono briganti, stregoni, traditori, boia e nobili bojarine, facendo riscoprire un magnifico romanzo storico che ha goduto di indiscussa fama internazionale, e ispirato film e opere teatrali.

Un anno di Smart Working

Forse il tema è impopolare, visto le tante persone a cui la pandemia ha strappato via il lavoro. Ma siccome il dibattito è ancora caldo, quest’anno pieno pieno di smartworking per me ha significato: lavorare di più, lavorare con più stress, lavorare senza orari e senza weekend; lavorare tanto con la convinzione generalizzata che si stia in vacanza; lavorare al cellulare mentre prepariamo la pappa alla bambina; lavorare mentre diamo da mangiare alla bambina; lavorare mentre si cambia un pannolino o si fa un bagnetto; lavorare con la bimba in braccio o lavorare mentre mia moglie lavora con la bimba in braccio; fare call di lavoro con rumori di fondo di ogni tipo; fare call di lavoro a bassa voce altrimenti la bimba si sveglia; finire di lavorare più tardi del normale orario, “tanto si è a casa”; iniziare a lavorare prima del normale orario, “tanto si è a casa”; dover essere disponibile e reperibile più di prima; dover dimostrare più di prima. Eppure avrebbe tanti, tantissimi vantaggi, lo smart working.

Dovrebbe essere lavoro “intelligente”, tradotto in italiano. E quindi secondo me quello che Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working, Politecnico di Milano, così descrive: “Smart Working significa ripensare il telelavoro in un’ottica più intelligente, mettere in discussione i tradizionali vincoli legati a luogo e orario lasciando alle persone maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati. Autonomia, ma anche flessibilità, responsabilizzazione, valorizzazione dei talenti e fiducia diventano i principi chiave di questo nuovo approccio.”

Riflessioni su Astrazeneca

Ho letto nei commenti ad un post di un mio amico una frase che mi ha fatto ridere: “dicono Io non mi faccio Astrazeneca perché non so cosa contiene, e poi mangiano i wurstel”. Dopo la risata però, ho pensato che il paradosso dell’informazione in tempo di covid è ormai evidente: abbiamo potenzialmente accesso a una quantità di dati senza precedenti, ma non sappiamo usarli correttamente. E nel rumore di fondo creato dai media, quello che resta nell’uomo comune è soltanto una grande paura, mescolata a un gustoso ingrediente complottistico (non ci danno informazioni corrette, quindi ci vogliono morti). Il clickbait ha rovinato il nostro modo di fruire la notizia, me ne rendo conto ogni volta mi inviano su WhatsApp il solito articolo che collega una persona morta a un vaccino fatto un mese prima.L’Ema, che dovrebbe invece essere una delle poche fonti da prendere in considerazione, si è pronunciato: Astrazeneca non uccide, non ci sono correlazioni tra trombosi e vaccini, i pochissimi casi (30 su 30 milioni o giù di lì) rientrano tranquillamente nelle statistiche e non destano allarme. Ma ciò non basta, in tantissimi prenotati non si sono presentati all’appuntamento col vaccino in questi ultimi giorni, perché non era Pfizer. In giro è tutto un “mio cugino ha fatto il vaccino ed è stato male, un altro suo amico è all’ospedale”. Applichiamo la regola del sentito dire a una faccenda così importante, all’unica soluzione che potrebbe, in fin dei conti, restituirci un po’ di normalità.Siamo così sfiduciati da istituzioni e potere, che pensiamo vogliano sempre e comunque metterlo in quel posto al “cittadino comune”. Come se non bastassero quelli che non si presentano, viaggiamo a un ritmo di vaccinazioni così lento, che di questo passo prima di un anno l’immunità di gregge ce la sogniamo, mentre da Israele arrivano immagini che sembrano quelle dell’estate 2019, negli Usa post Trump viaggiano alla velocità della luce e stanno vaccinando già i 40enni. Personalmente, non vedo l’ora che tutti i miei cari possano vaccinarsi. Ognuno è libero di scegliere come preferisce, ma ricordo che ci sono più possibilità di venire colpiti da un fulmine, che morire per la vaccinazione. C’è da fidarsi. Me l’ha detto mio cugino.

“Confessioni di una Radical Chic pentita”

Conosco Serena da una vita. Siamo amici da sempre, ho seguito le sue avventure in tv e non solo. E sono molto felice di questa sua pubblicazione, inaspettata e a prima vista molto interessante.

E’ il suo primo libro e non vedo l’ora di leggerlo. So che, in qualche modo, riguarda anche me e un passato di vita lavorativa che ora vedo per fortuna molto distante. Brava Serena, scrivere di sè e sempre coraggioso, quindi complimenti.

Autrice, redattrice, copywriter, per oltre dieci anni Serena Di si è divisa tra studi televisivi e radiofonici, redazioni di quotidiani e riviste, agenzie pubblicitarie, set cinematografici, sottoscala, salotti, open space, brainstorming e interminabili file agli aperisushi, percorrendo sulla sua fedele Smart le strade del Belpaese da nord a sud e viceversa. “Confessioni di una Radical Chic pentita” è il suo primo libro, un resoconto dettagliato e tragicomico degli anni trascorsi tra precariato e sogni di gloria, che anche quando si avverano riservano amare sorprese. Una storia d’amore e di speranza, un viaggio che parte con la ricerca delle luci della ribalta e arriva fino all’incontro con Dio, che le ha cambiato la vita.”

Festa del papà

Ed è proprio vero che cambia tutto.

Ti piace anche una “festa comandata”

come quella del papà.

Perché ora sei papà

sei un modello da seguire,

anche se fino a ieri ti sentivi

poco più di niente.

Sei un comico che fa ridere sempre

anche se dice soltanto Bu!

nascosto dietro una tenda.

Sei il più forte di tutti

perché con le tue braccia fai volare in alto

mentre voli anche tu, girando in tondo.

Hai mani grosse e capaci

per aprire un biberon

e prendere giochi in alto, irraggiungibili.

Sei il più intelligente

perché sai cambiare i canali

e mettere i cartoni giusti

perché sai fare una torre alta di costruzioni

alta fino al soffitto, fino al cielo.

Sei il più bravo

Perché sai cucinare la pappa al pomodoro

aprire la busta di patatine

gonfiare le bolle di sapone

fare tante cose, così importanti ora!

Sei il più comodo

pancia-cuscino su cui dormire

fianco morbido su cui vedere la tv.

Sei da abbracciare

sei da inseguire per casa

sei da coccolare

sei tutto, negli occhi di chi è nato da te

e a te guarda con occhi innamorati.

Sei quattro lettere splendenti

parola scolpita nel cuore

sei Papà.

Il panettiere di Milano

In questi giorni, non so perché, ho ripensato un paio di volte al panettiere che aveva un piccolo negozio sotto casa nostra, a Milano. Ormai una vita fa. Stanotte credo di averlo sognato. Era egiziano. Se non sbaglio, dato che sono passati più di dieci anni, mi pare si chiamasse Amir. Era un cristiano copto, una volta mi disse che era quasi scappato con moglie e figli dall’Egitto e sentiva Milano la sua vera casa. Aveva vissuto tante sofferenze, partendo dal nulla, ma ora si sentiva realizzato. In una città in cui non mi sono sentito quasi mai “a casa”, comprare il pane e le focacce da lui era una piacevole routine quotidiana. Aveva una grande croce dorata appesa al muro alle sue spalle e dei grandi occhi profondi, all’apparenza sempre allegri. Io ci ho sempre visto però, anche un velo di tristezza. Ogni tanto scorgevo suo figlio piccolo in un angolo dietro di lui, intento a fare i compiti. Quando mi alzavo di notte per andare a bere – verso le 3, le 4 – sentivo sempre i rumori delle sue macchine per impastare il pane. Per gran parte del giorno era lì, dietro il bancone, e aveva un gesto gentile nei confronti di tutti. Alle volte dopo aver comprato un pezzo di pane e due dolcini diceva “Sciao, bell’uomo!” e mi salutava con la mano mentre andavo via. Nessuno più mi ha chiamato “bell’uomo” in un negozio, e non soltanto perché bell’uomo non sono. Non so perché ho ripensato a lui in questi giorni, forse una forma di nostalgia per la nostra vita precedente (altra città, altro lavoro, altro stile di vita). Quando e se torneremo a Milano, con mia moglie e mia figlia, anche se il suo piccolo negozio non era proprio in centro, passerò a salutarlo. Chissà se si ricorderà di me. Io di lui, della sua storia e dei suoi sacrifici, non mi sono dimenticato.

Conversazione con un alieno

Ieri sera scendo a buttare l’immondizia. A un certo punto, nel buio di fine inverno, un lampeggiare di fari mi abbaglia. No, non sono fari. È una navicella spaziale.

Fa una manovra rapida, con uno sbuffo di polvere e vapori scende giù in picchiata, a poche decine di metri da me. Che stropiccio gli occhi, più volte, senza credere a quello che sto vedendo.

Dalla cabina triangolare scende un alieno smilzo e azzurrognolo. Sarà alto due metri, con la testa enorme. Si avvicina e parla.

Lo capisco benissimo, conosce la mia lingua.

– No, non è vero che parlo la tua lingua, cretino – mi dice – ma noi cittadini di swalazafili, parliamo lo swalazasafilese, ma quando facciamo i nostri viaggi intergalattici portiamo sempre dei comodi traduttori intergalattici. Per questo tu mi capisci, e io capisco te.

– Ah, bene – faccio io, mentre i suoi due grossi occhi gialli e acquosi mi fissano e studiano ogni mio movimento. Sembrano due pesche succose appena sbucciate.

– Stiamo facendo una ricognizione spaziale, ogni tanto noi swalazafiliani ce ne andiamo in giro per le galassie alla ricerca di nuovi pianeti da conquistare e sottomettere.

– Ok – rispondo io, gettando l’umido nel contenitore verde.

– Ti faccio qualche domanda allora,se non ti dispiace.

Annuisco. Tanto l’immondizia l’ho già buttata e Un posto al sole ancora non è iniziato.

– Vorremmo conquistarvi, partendo proprio da questa porzione di terra. Abbiamo visto si chiama Italia, e dai nostri studi sembra essere una delle nazioni più belle di quello che voi chiamate Pianeta Terra. Confermi?

– Beh – faccio io – certo è bella, l’Italia, ma insomma dovendo scegliere e ripartire da zero non so se ci vivrei.

– Come mai?

– Gli italiani sono un po’ strani… Nell’ultimo periodo, poi, stanno dando il meglio di sé stessi.

– Spiega meglio. Prima di colonizzare la terra partendo dall’Italia dobbiamo capire tutte le questioni in ballo. È importante, per noi.

– Capisco. Prendi l’ultimo anno, la pandemia.

– La cosa?

– La pandemia…

– Non capisco.

– Forse il traduttore dalla tua lingua non è aggiornato con tutti i lemmi necessari per un viaggio intergalattico. Siamo in pandemia da un anno, in Italia e nel mondo. In pandemia.

Scandisco bene la parola. Una sillaba dopo l’altra. La mia lingua che si posa delicata sul palato.

– Ah, ok. Va bene, aggiornerò il sistema. E che significa?

– C’è una orribile malattia che sta facendo tanti morti. Molti di questi, sono gli anziani. I nostri genitori, i nostri nonni.

– Ah, ora è chiaro. Anche noi abbiamo spesso di queste cose, sul nostro pianeta. Ci sono dei vermi abominevoli grandi svariate decine di metri che ti mordono e se non ti staccano la testa, ti infettano con un morbo che ti brucia le carni dall’interno…

– Beh, a noi in realtà è un’influenza, ma molto più grave. Può degenerare in polmonite in alcuni casi e sta facendo un bel po’ di morti…

– Ok, capisco. Spiegami meglio…

– è iniziato tutto proprio un anno fa almeno in Italia. Il virus veniva dalla Cina.

– Cina?

– Si un altro paese, molto distante da qui… Lì mangiano con le bacchette, conosci? Vabbè non importa. Da lì poi si è diffuso in tutto il mondo.

– Ma ora è finita, questa malattia?

– Aspetta, ti spiego meglio. All’inizio ci siamo chiusi in casa per evitare di diffondere il virus.

– Bravi, avete fatto bene…

– Non abbiamo mica deciso noi… Ci hanno obbligato a chiuderci in casa, altrimenti la gente se ne stava al bar a prendere lo spritz e lamentarsi che sennò non poteva uscire. Anche quelli che di solito stavano tutto il giorno spalmati sul divano volevano andare in giro a fare shopping.

– E come mai vi hanno dovuto obbligare? Le vostre case sono così brutte che non volete starci dentro?

– No no anzi…abbiamo tutti i comfort…

– E allora non capisco.

– In molti hanno iniziato a sbraitare, a parlare di una dittatura sanitaria, a dire che il virus era costruito in laboratorio, che non esisteva affatto… Se la sono presi Con tutti quelli che scendevano con i cani, quelli che andavano a correre… Quelli che erano costretti ad andare al lavoro.

– Non ti seguo…

– Si lo so, ti sto spiegando male. Ma non è semplice da riassumere, ed era per dirti che la gente a casa non voleva starci, ma poi alla fine c’è stata. Abbiamo visto un sacco di serie TV, mangiato pizze, cantato dai balconi… Un mio amico faceva 10 kg di pane al giorno.

– ???

– Dai balconi sì, canti balli chitarre… Bello.

– E così ne siete usciti.

– nooooooo, che dici. Poi è arrivata l’estate.

– e allora?

– Beh, la vacanza no? Tutti al mare, balli, aperitivo alla sera sul mare, le foto per Instagram iniziavano a scarseggiare… Per due mesi abbiamo fatto un po’ come cazzo ci pareva.

– E poi?

– Contagi di nuovo impennati. Una curva che cresceva. Uh, se cresceva.

– Ah.

– Sì sì… E poi non ti dico. Si è iniziato a parlare di vaccino, ma i NoVax hanno detto ‘ma senza sapere cosa c’è nel vaccino io non mi sparo nulla in vena’, magari fumando una sigaretta dopo essere andati a mangiare al McDonald’s. E poi intanto anche la mascherina è tornata obbligatoria e sono arrivati i noMask a dire ‘non ci obbligherete a indossare un pezzo di stoffa sulla faccia’…

– Non è che ti spieghi proprio bene…

– Sono successe così tante cose in quest’anno sto provando a farti una sintesi… Mica è facile!

– Ok…

– Ok. Continuo?

-Continua.

– Intanto il vaccino è arrivato. Però i ragazzi che prima non andavano a scuola e restavano a casa e poi andavano a scuola coi banchi a rotelle e poi sono tornati a fare lezione da casa, hanno iniziato a protestare perché volevano andare a scuola e tornare a vivere…

– …

– E intanto però la parte produttiva del paese non si è fermata. In fabbrica ci sono andati tutti a prendersi il virus, nelle metro affollate, negli uffici in 5 in 10 mq…

– E poi?

– Però i bar sono rimasti chiusi. Anche i ristoranti. Poi i bar aperti al mattino e chiusi la sera. I ristoranti ok a pranzo e poi dopo le 18 solo da asporto… poi aperti a singhiozzo. Poi hanno detto che aprivano e il giorno prima hanno bloccato tutto.

– Mi sto perdendo di nuovo.

– Lo so, ma non è facile da spiegare. Però sto provando a dirti le cose come stanno. Volete invadere l’Italia, no? intanto, il nostro premier andava spesso in TV la sera a dirci che la situazione peggiorava, poi migliorava, poi peggiorava… Era diventato un bell’appuntamento, accendevi la TV e sapevi che le regioni cambiavano colore, che le misure diventavano più o meno stringenti…. Regioni colorate coi pennarelli. Siamo come tornati bambini con gli album da colorare.

– Quindi poi le cose hanno iniziato ad andare meglio.

– Macché! Tutti hanno iniziato a fare un po’ come volevano, si erano stancati… i medici e gli infermieri che a marzo erano eroi, hanno iniziato a prendersi pure degli insulti… Una roba che non ti dico. Ah, poi nessuno controllava più.

– Ma che c’entra, non seguivate le regole?

– Se nessuno controlla, in Italia, le regole? Ma che vieni, dallo spazio? Ah sì… vieni dallo spazio. Eh no, noi senza i controllori le regole non le seguiamo.

– Ah

– Ti spiego meglio. C’è la regola di non assembrarsi, ma a Milano o sul lungomare di Napoli o in centro a Roma, è una bella giornata… La gente se non le vieti esplicitamente di fare cose fa un po’ come vuole, baci, abbracci, balli, discoteche cocktail, sesso per strada, slinguazzamenti vari… Sì lo so, a te che vieni dallo spazio la cosa non torna, manco tanto a me… Ma tant’è. Con la polizia, discorso diverso.

– La polizia?

– Sì, le forze dell’ordine a controllare…

– E non ce le mettete?

– Non ce ne sono abbastanza per controllare tutti, ma le regole, in teoria, dovrebbero bastare da sole.

– Inizia a farmi male la testa… Non so se questo è il posto giusto da colonizzare…

– Ma aspetta, non è ancora finita! Sono iniziati i vaccini. Dei novax ce ne frega poco, guarda non te ne voglio neanche parlare, anche se li obbligherei a vaccinarsi a calci in culo.

– Il vaccino?

– Sì, hanno scoperto a tempo di record come fare a non farci ammalare facendoci una o due punturine. prodigi della scienza, siamo fortunati, in meno di un anno ce l”hanno fatta. Roba fantascientifica. Solo che in Italia va tutto molto a rilento, sai, organizzazione, burocrazia… Hanno preferito allestire eleganti padiglioni a forma di primula e fare campagne di comunicazione, invece di partire spediti e vaccinare quante più persone possibile.

– E ora?

– Eh, bella domanda… ne vacciniamo neanche due milioni al mese, siamo più di 60 milioni qui in Italia, fatti due calcoli… prima del 2023 non ne saremo fuori. Poi ci sono polemiche ogni giorno. Vacciniamo prima gli anziani, prima i giovani, prima le categorie che producono… ma basta che andiamo di fretta, dico io! O no? Anche se adesso abbiamo avuto una settimana di Sanremo, quindi tutto sospeso per parlare di Amadeus, Fiorello, Orietta Berta e i Maneskin… Hanno vinto l’oro, sai? Intanto sta per arrivare la primavera, poi l’estate, di nuovo si riverseranno tutti in strada, come fare a bloccare una popolazione così stupida e incapace di rispettare le regole?

– Guarda, non lo so ora come ora. Mi hai fatto venire un mal di testa. E la mia è una testa così grande, credimi, non è proprio piacevole avere mal di capoccia con un testone come il mio.

– Capisco, capisco, anche io quando ho una giornata di lavoro pesante ho la testa che mi scoppia. E senti, allora inizia a fare freddo qui, io sono sceso in ciabatte e tuta a buttare l’immondizia. Valuta se è il caso, prendete le vostre decisioni. Se colonizzarci o meno. Io rientro, ok?

– Sì dai, ci pensiamo un po’ su e riferisco ai miei superiori. A naso, mi pare che stiate belli incasinati già di vostro. Magari vi invadiamo l’anno prossimo, se le cose vanno meglio, ok?

– Ok. dai, spero di rivederti, magari avranno vaccinato anche me, nel 2022 o nel 2023… Una bella invasione aliena, con calma, me la farei con piacere.

L’alieno smilzo e alto, con la sua andatura dinoccolata e la testa enorme, rientra nella sua navicella visibilmente scosso, scuotendo la testa. Io ho provato a raccontargli tutto quello che è successo durante gli ultimi 365 giorni, spero di non aver dimenticato niente.

Sinceramente, l’ho visto un po’ sconvolto. Mi sa mi sa che alla fine non ci invadono.

Incontro con Girolamo Grammatico

Come papà di una bimba piccola, ogni giorno so di dover fare un importante allenamento. Mi alleno a diventare un papà “imperfetto”, come direbbe il mio amico Girolamo Grammatico. E proprio con lui questo venerdì alle 18 parleremo del suo secondo libro, Padri e figlie, e proveremo ad “allenarci alla parità di genere”. Grazie a Tells Italy e Villa Fernandes per avermi coinvolto.

RUST – Luca Dalpozzo Quintet

Ho ascoltato con piacere “RUST” a cura del giovane Luca Dalpozzo accompagnato dal suo nuovo quintetto.   

Nusica.org si distingue sempre per l’altissima qualità delle sue pubblicazioni e lo spessore dei suoi musicisti. Qui abbiamo Rust, un bel disco variegato e ricco di contaminazioni. Il bassista Luca Dalpozzo classe 83 suona con Frank Martino (chitarra & live electronics) Manuel Calumi (sax contralto) Giulio Stermieri (pianoforte) e Marco Frattini (batteria).

Le tracce sono molto interessanti, a partire da Enter Ukiyo-E che apre il disco e mescola elettronica, improvvisazione, addirittura nella parte centrale suoni che sembrano provenire dallo spazio. Si va dalla più classica Alamar alla delicata ed evocativa Drew a Dream. Quasi etnica la traccia Swirl, morbida e sognante Upward Drop. Grande spazio ai momenti solisti, organizzati con grande cura. Originale la mescolanza di elettronica ed acustica, e quello che colpisce di più è la grande varietà di sonorità e suggestioni. In generale, 7 composizioni di grande livello.

Le parole di Delpozzo chiariscono anche meglio alcune coordinate extramusicali: “Una delle principali ispirazioni extra-musicali dell’album – racconta Luca- prende forma tra fine 2018 ed inizio 2019 con la visita alla mostra “Oltre l’Onda” al Museo Archeologico di Bologna, dove ho potuto tuffarmi nelle opere di Hokusai ed Hiroshige. È proprio questa “raffigurazione del mondo fluttuante”, l’atmosfera di movimento, forza/quiete, atemporalità, colori ed assenza di gravità ad aver ispirato il disco; tema conduttore delle varie composizioni e relativi arrangiamenti, in particolare relativamente alle timbriche, ai colori modali degli accordi ed alle melodie più cromatiche.”