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Reflections on a Journey di Kosta Jevtić

Ho conosciuto il pianista serbo Kosta Jevtić qualche anno fa, in occasione di Piano city Napoli. Lui era lì in qualità di ospite, fu apprezzato da tutti, io ne apprezzai ancora di più l’umanità, il sorriso e l’umiltà. Parlammo della sua musica, del mio lavoro, e lui raccontava rapito di quanto Napoli e la Campania lo stessero entusiasmando e ispirando.

Dopo anni, è arrivato Reflections on a Journey: il bell’esordio di Kosta, che tra l’altro in questi anni è diventato anche organizzatore di Piano City Novi Sad. Bello, quando le iniziative travalicano i confini e arrivano in altre parti del mondo.

Sono rimasto colpito da questo disco, uscito ad aprile. Un disco di 10 composizioni variegate e coinvolgenti, come sa essere un bel viaggio. Proprio ora che non possiamo viaggiare… almeno le note ci portano in giro.

Ci sono alcune tracce dedicate a Napoli, alle isole del suo golfo, poi anche qualche composizione ispirata dalla Grecia e dal Nord Europa.

Chiostro del Paradiso si ispira al Duomo di Amalfi, Sweet Sun Of Southern Lands trova spunto nelle calde terre del Sud. Ogni traccia è diversa dall’altra, non saprei scegliere tra le mie preferite. Per vicinanza geografica, direi La Sirena, ispirata a Partenope, la sirena che fondò Napoli, e poi direi Ischia e Capri. Due isole per due bellissime composizioni.

Ma c’è davvero tanto altro, come le melodie ispirate alla Grecia: Sappho’s Dream e Tseria. Un viaggio davvero indimenticabile, che mi ha dato conferma delle sue grandi qualità, come se ce ne fosse bisogno. Sonorità sofisticate ma accessibili a tutti, un suono contemporaneo ma universale.

Lascio qualche spunto per apprezzare maggiormente il suo lavoro. Preparate le orecchie, non ve ne pentirete.

https://kostajevtic.bandcamp.com/track/chiostro-del-paradiso-2

https://kostajevtic.bandcamp.com/track/la-sirena

Rosso di Tiro, blu d’Oltremare. Una storia fiamminga

Arriva in libreria questo libro di Adriana Assini, scrittrice che ho apprezzato con Un Caffè con Robespierre e che è entrata di diritto tra le autrici di romanzi storici più amate d’Italia.

È una luce abbagliante quella che attraversa i cieli grigi di Bruges, andando poi a planare sulle acque dei suoi cento canali, lungo le cui rive s’addensano le botteghe di eterni rivali: i tintori di robbia e quelli di guado. Il rosso e il blu.

Su quel finire del Trecento, tra le incertezze provocate dal Grande Scisma d’Occidente, sono le continue rivalità tra i mestieri unite alle lotte sociali contro il potere dominante a tenere sempre alta la tensione nella ricca e melanconica città fiamminga.

Mentre gli uomini si cimentano in proteste e guerre vere, alcune donne combattono in silenzio e senza armi ben altre battaglie: sono le dame della Compagnia della Conocchia che, in spregio dei pericoli e delle norme, s’incontrano di nascosto nelle fredde notti tra Natale e la Candelora. Si scambiano segreti e saperi, consigli e rimedi per la vita e sulla morte, ma soprattutto coltivano un grande sogno comune a tutte.

“Le otto dame si presero per mano e formarono un cerchio. Con gli occhi chiusi, restarono in bilico sull’esile soglia che segnava la rottura con il mondo autoritario degli uomini e delle loro leggi inique. Col tempo sospeso, cessarono i rumori, si fermò il vento.
Il loro misterioso viaggio era iniziato.”

Per maggiori info: https://www.scritturascritture.it/prodotto/rosso-tiro-blu-oltremare-adriana-assini/

Musei, Covid e strategie digitali, quale presente e quale futuro?

La pandemia Covid-19 che ha colpito il mondo in questi mesi ha avuto un grave impatto su tutti i settori economici. Tra questi, quello cultural-museale ha subito una delle più gravi battute d’arresto. Antonio Tarasco, direttore del Servizio I della Direzione generale Musei del Ministero dei Beni culturali e del Turismo, ha stimato in un’intervista ad AgCult una “perdita netta di circa 20 milioni di euro al mese per i musei statali”.

Dall’8 marzo tutti i siti museali d’Italia hanno chiuso al pubblico. Da quella data, si sono letteralmente riversati sui social network, nel tentativo disperato di continuare a raccontare il patrimonio artistico online, non perdere affezionati e magari conquistare nuove fasce di pubblico in vista della riapertura che, salvo alcuni piccoli musei che non possono garantire il rispetto delle distanze, è avvenuta in quasi tutta Italia.

Alcuni dati

A livello mondiale tutti i musei hanno chiuso le attività durante i mesi di lockdown e hanno ridimensionato l’offerta. Stando ai dati riportati nell’indagine ISTAT del 21 maggio 2020 “I musei statali al tempo del Covid – 19”, in Italia si stima che nel periodo marzo-maggio 2020 vi sia stati, nei soli musei statali, un mancato afflusso di 19 milioni di visitatori e una perdita di circa 78 milioni di euro.

Sale museali troppo piccole, spazi chiusi, tagli al personale, hanno rivoluzionato un intero settore. Se pensiamo che addirittura la Tate Modern di Londra ha messo in atto licenziamenti per fronteggiare la crisi, possiamo avere una idea di come la pandemia abbia stravolto la quotidianità dei musei.

Le strategie digitali

L’attività sui social network è raddoppiata durante l’emergenza. La chiusura causata dal coronavirus ha portato un’accelerazione della digitalizzazione in tutte le sue forme. Il “90% dei Musei ha creato contenuti ad hoc dopo la propria chiusura al pubblico”, stando all’indagine di ICOM (International Council of Museums). Altro dato interessante, più di un terzo dei Musei ha attivato nuovi canali o riattivato social che erano rimasti del tutto o in gran parte inutilizzati. Purtroppo, anche abbastanza ovviamente, solo il 18% ha dichiarato di aver allocato delle risorse economiche alla realizzazione di attività digitali.

Insomma, mentre prima per tantissime realtà museali italiane, i social network erano soprattutto il modo più veloce per appuntamenti o inserire comunicati stampa, durante il lockdown la parola d’ordine è stata storytelling: in modo un po’ goffo e per alcune realtà provando per la prima volta un tipo di narrazione totalmente differente, si è lasciato spazio ai racconti, agli aneddoti, ai protagonisti. Grande risalto hanno avuto i cosiddetti “virtual tour”, in alcuni casi i musei hanno puntato su curiosità, giochi e rubriche e quiz.

È stato il trionfo dei video: dirette dei curatori che da casa raccontavano le opere d’arte, video montati nelle sale vuote per mostrare collezioni o opere dimenticate, apertura di canali Youtube per l’occasione, passeggiate virtuali, tour 3D.

Alcune volte in modo disorganizzato, senza un vero e proprio piano editoriale digitale, sembra che il principale obiettivo dei musei sia stato “mettere quante più foto e video sui social network”. Meglio che niente, certo, ma a un certo punto abbiamo rischiato l’overload informativo e l’effetto rumore confuso di fondo è stata la diretta conseguenza.

Questa corsa alla pubblicazione digitale ha di certo portato un po’ a tutti i musei d’Italia un bel numero di followers. In alcuni casi, come le Gallerie degli Uffizi, il periodo di lockdown è anche servito per affacciarsi su nuove e giovanissime realtà social, come TikTok, e sperimentare interazioni con influencer di grandissima notorietà, come Chiara Ferragni.

Come è cambiata la fruizione del museo

L’emergenza Covid-19 ha comunque messo al centro della riflessione sui musei lo strumento tecnologico. Prima posto in secondo piano rispetto all’esperienza di visita reale, o al massimo supporto alla visita insieme alla mappa e alla guida, alla riapertura dei musei il web e i social sono diventati fondamentali per la fruizione di un museo.

Questo ha aumentato la fidelizzazione e la passione del pubblico per l’opera d’arte, ma non si è ancora trasformato in un aumento del pubblico reale.  Le misure di sicurezza e contingentamento non permettono ancora di fare grandi numeri, eccezion fatta per i grandi siti che stanno aumentando progressivamente le visite, in ogni caso lontane anni luce dai numeri degli scorsi anni. C’è ancora troppa paura di visitare musei con mascherina, gel alcolico e distanziamento sociale.

Cosa resta invece dei musei sui social? Passata l’indigestione virtuale, fatta di like, cuoricini e video più o meno virali, al termine della pandemia torna centrale il tema del pubblico. A tutti i livelli, riscopriamo quanto sia importante la relazione tra pubblico reale e opera d’arte. Forse, questa, impossibile da sostituire, per quanto sia forte e appassionato lo sforzo tecnologico. Il futuro, forse, sarà costituito da una presenza sempre più importante di tecnologie digitali al servizio della comunità dei fruitori di cultura e musei. Il loro ruolo sarà fondamentale per rendere più completa l’esperienza di visita, se possibile differenziandola. Mettendo sempre al centro l’opera d’arte, però, quella reale e tangibile.

Le quattro piume di Alfred Mason

Ci sono libri che emozionano per la scrittura e le vicende narrate, dei libri che nascono come classici e in fondo lo sono da sempre. Forse un po’ dimenticati, anche se hanno un passato glorioso, tante edizioni soprattutto all’estero, addirittura ci hanno tratto numerosi film.

Libri come Le quattro piume di Alfred Mason, di recente riproposto da Scrittura & Scritture in una collana che si intitola Voci Riscoperte, appunto per la capacita’ di riproporre dei piccoli classici a cui ridare nuova luce.

Qui la storia si ambienta in Inghilterra, nel 1882. Harry Feversham invece di seguire le orme di famiglia come soldato di Sua Maestà, si ritira dall’esercito, dopo aver ricevuto un telegramma. Un abbandono che e’ un’onta per tutti, da pagare con un gesto che pesa come un macigno e scatena una serie di conseguenze: prima riceve dai commilitoni 3 piume bianche, a simboleggiare la sua codardia, e poi la sua fidanzata Ethne Eustace, aggiunge una quarta piuma alle prime tre e lo abbandona.

Da qui inizia l’epopea di Harry per trovare riscatto dalle 4 piume, e dal marchio di codardia ricevuto, in una storia che lo porterà tra svariate avventure in giro per l’Africa, in Egitto e poi in Sudan durante la Guerra Mahdista.

Un classico dell’avventura senza tempo, trasposto più volte sullo schermo, il romanzo epico che narra il riscatto di Harry Faversham è sicuramente il più popolare e amato di Alfred E. W. Mason.

Un plauso alla bella veste grafica e alla nuova traduzione di Mariachiara Eredia, che rende la già ottimo scrittura di Mason, ancora più avvolgente ed emozionante. Dopo Il fiore e le spade, Scritture & Scritture ci ha regalato un’altra bella voce riscoperta. Resto in attesa di altre chicche come questo.

Chi vuole, qui può leggere l’incipit

http://www.scritturascritture.it/wp-content/uploads/Assaggi_letture/Mason/Quattro_piume.pdf

Appuntamento a Villa Fernandes

#EsserepadrioggiManifesto del papà imperfetto di Girolamo Grammatico

Sabato 26 settembre 2020 ore 18
Villa Fernandes Via Diaz, 144 Portici (NA)


Satya Marino e io avremo il piacere di dialogare con l’autore di questa bella guida per papà che desiderano essere genitori consapevoli.
In un mix di narrativa, filosofia e coaching umanistico, si delineano strumenti utili per definire il padre che si sogna di diventare e per chiarire il progetto educativo che si desidera per i propri figli. Piccole gag familiari strappano un sorriso e insieme segnano le tappe di questo percorso, aprendo le porte a riflessioni sul significato della genitorialità.
La base di partenza è sempre l’etimologia delle parole più importanti di cui è costituita la relazione genitoriale, dalle quali germoglia la narrazione unica e personale di ogni papà. Attraverso la prati­ca del coaching, l’autore ci fornisce un metodo per diventare il “papà migliore che possiamo essere”, allenando le proprie risorse e i propri talenti. Perché per sostenere i propri bambini a compiere la propria vocazione diventando adulti liberi e auto­nomi è necessario che i padri realizzino se stessi, a partire dalle loro potenzialità. Un libro trasversale che aiuta a far chiarezza, a porsi le domande giuste e a costruire la cornice di riferimento necessaria all’agire consapevole.

in collaborazione con Mondadori Point

“Storia di un (quasi) amore in quarantena” di Davide Gambardella

Con Davide Gambardella abbiamo cominciato quasi insieme, a fare giornalismo. Lui brillante e caparbio cronista sempre sul campo, tra la gente, a macinare articoli, mentre io provavo a farmi strada con articoli di musica, spettacoli e cultura.

Entrambi abbiamo preso strade diverse e ci ritroviamo oggi, a più di 15 anni di distanza, a occuparci di comunicazione a 360 gradi e, nel tempo libero, a scrivere.

Lui è uscito proprio in questi giorni con il suo primo libro, “Storia di un (quasi) amore in quarantena”, che leggo dalla quarta essere “una storia inaspettata, grottesca e ai limiti della legalità: un amore vissuto ai tempi del Covid-19, quando i due protagonisti, a inizio lockdown, decidono di sfidare leggi e restrizioni imposte dai DPCM per vivere preziosi attimi di intimità, e condividere il tempo sospeso tra bicchieri di vino e piatti di buona cucina.

Un amore clandestino che, a sua volta, riflette le contraddizioni degli ultimi mesi e ci ricorda le diatribe sulle definizioni e sulle etichette da affibbiare alle relazioni: congiunti, affetti stabili, conviventi.

Non mancheranno colpi di scena e inaspettate sorprese, in un crescendo di curiosità. Una lettura scorrevole e perfetta sotto l’ombrellone, in perfetto equilibrio tra evasione leggera e ricognizione di tutte le emozioni forti del 2020.”

Complimenti per questa prima pubblicazione!

Presentazione a Villa Fernandes

Che bella cornice per la prima presentazione ufficiale del mio nuovo romanzo, finalmente davanti a un pubblico “reale”. Villa Fernandes è un luogo incantevole, un centro culturale importante donato alla cittadinanza.
Grazie a Antonella Renzullo e Ileana Bonadies per l’accoglienza e il confronto, e a tutti i presenti con i quali ho scambiato una chiacchiera in questa splendida serata.
Buona la prima!

Lo spazio tra le cose a Villa Fernandes

Presenterò il mio romanzo nel bene comune “Villa Fernandes”, per la rassegna “Lib(e)ri al parco”.

Lunedì 6 luglio alle ore 18, sarò ospite del giardino dell’hub creativo nato grazie ad una rete di associazioni e cooperative guidate dalla coop. sociale ONLUS “Seme di Pace”.

A conversare con me, Ileana Bonadies, ideatrice del ciclo di incontri dedicato alla lettura, e Antonella Renzullo, che ringrazio dell’opportunità.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Secondo appuntamento per la rassegna “Lib(e)ri al parco”, tra le attività culturali in corso nel bene confiscato “Villa Fernandes” (via Diaz 144, Portici – NA), realizzata in collaborazione con la Mondadori Point di Portici.

“Azzorre” di Cecilia Maria Giampaoli

Ho letto “Azzorre” di Cecilia Maria Giampaoli, edito da Neo Edizioni e da poco arrivato in libreria. Un testo sofferto e toccante, in cui la scrittrice mette a nudo sé stessa e il dolore che si porta dentro, da più di 30 anni. La data attorno cui ruota tutto è l’8 febbraio 1989. “Un aereo sorvola l’oceano. È partito da Bergamo diretto a Punta Cana. L’equipaggio si prepara a fare scalo alle Azzorre, sull’isola di Santa Maria. Alle 13:08, ora locale, un boato. L’aereo si schianta contro il versante di una montagna. Niente fiamme. Nel bosco cala il silenzio. 144 persone perdono la vita, io perdo mio padre. Le testimonianze raccolte in questo diario non possono né vogliono sostituirsi in alcun modo ai fatti accertati dalle indagini, ormai chiuse, sul caso. Nel rispetto delle persone incontrate e delle loro storie, tutti i nomi sono stati cambiati.” Cecilia ci immette subito nel vivo di questa narrazione che mescola il racconto personale, i ricordi, le testimonianze di chi ha vissuto questa grande tragedia.



Ai tempi Cecilia aveva 6 anni. Era una bambina, che 25 anni dopo decide di partire per l’arcipelago portoghese. E affrontare tutto.
Prende coraggio e rivive quei momenti, quei ricordi lontani, quel dolore sempre vivo, anche a distanza. Con la giusta consapevolezza, ormai donna, intraprende un viaggio “fatto di persone e luoghi, di testimonianze, ricordi, reticenze, incontri fortuiti e voluti; un viaggio privo di compatimenti, intrapreso nella speranza che possa esistere una verità di altra sostanza, a suo modo liberatoria”.


Quel che ne esce parte come un diario personale, ma poi diventa molto di più.
“Non ho un vero programma per questo viaggio e seguire il corso degli eventi mi sembra comunque la soluzione migliore, l’unica” scrive Cecilia nelle prime pagine del libro.

Cecilia incontra persone, parla con la gente, cercando di ricostruire il passato, di dare un senso a tutto.
Nel farlo, intende ricordare suo padre. «Le persone che muoiono non scompaiono, si manifestano in noi, nei nostri cambi d’umore e in questo modo ci seguono nel corso della vita» spiega a un certo punto Tadeu Manuel Duarte, responsabile di una delle chiese di Lisbona, con il quale dialoga Cecilia prima di decollare verso l’arcipelago.

Nelle pagine del libro, che pur non essendo propriamente un romanzo ne conserva una certa struttura e originalità, sono tanti gli incontri che fa in diversi luoghi. Il suo è un vero e proprio viaggio catartico, necessario. Un diario semplice nella scrittura ma commovente e stratificato nei contenuti. Gli occhioni grandi della bimba in copertina, ora adulto io narrante, provano a ricostruire tutto.

Il viaggio vero e proprio inizia: “Nel pomeriggio mi imbarco sul volo per le Azzorre. Lascio Lisbona diretta verso il centro dell’Atlantico, dove passerò le prossime settimane. Non conosco nessuno. Non serve che spieghi nel dettaglio come sono riuscita a trovare gente disposta a ospitarmi. Questione di fortuna: ho trovato alcuni indirizzi, ho scritto delle mail, qualcuno ha risposto. La prima è stata una donna, so solo che si chiama Teresa.  Starò da lei per qualche giorno. Verrà a prendermi in aeroporto. Così ha detto”.

I periodi sono brevi, incisivi. Piano piano si compone il quadro. Frammenti, tessere di un puzzle: “L’aereo si schiantò contro la montagna. È unica e centrale.” O ancora, dice Cecilia: “Non sono venuta per riportare in vita mio padre, il passato è passato e non si può rifare, ma ho un conto aperto con questo posto. Nel male e nel bene, sarei diversa se non fosse successo. Non sarei io.”

Cecilia esplora. Cecilia studia. Cecilia vuole conoscere il posto in cui per suo padre è tutto finito. La narrazione procede con questi che sono dei piccoli racconti, delle piccole istantanee della vita sull’isola. Nel leggerli, sembra di starle accanto, di fare questo viaggio insolito insieme a lei. Molto spesso il racconto diventa commovente, oltre che estremamente interessante sotto diversi punti di vista. Ci si prova a immedesimare nella protagonista, ma non ci si può riuscire. Ma non per demeriti della narratrice, anzi, ma perché questo dolore non può che essere un peso inimmaginabile, difficile da spiegare a parole. Ma non per questo si deve rinunciare a narrarlo, a raccontarlo, per capire e comprendere. Il romanzo reportage diario continua e Cecilia completa il suo percorso di ricostruzione e costruzione, di una memoria e di un passato che in tanti hanno dimenticato.

A un certo punto il racconto si fa ancora più toccante e spiazzante: “Leggere la cronaca sull’incidente qui, all’aeroporto di Santa Maria, mentre le due turiste leccano il gelato, è surreale. Non so perché non l’abbia fatto prima, perché non abbia cercato i dettagli di questa storia quando ero ancora in Italia. Non ne so molto più di quanto mi sia capitato di sentire e le cose peggiori sono quelle che ho immaginato nei momenti in cui non sono riuscita a non pensarci. Mi sono fatta bastare il concetto essenziale – mio padre è morto – e un unico dettaglio, quello sensazionale: è morto in un incidente aereo. Lo usavo da bambina – suscitava negli altri un misto di imbarazzo e stupore che aveva l’effetto positivo di troncare la conversazione mettendomi al centro dell’attenzione.”

Questa è una storia poco nota, che è rimasta per troppo tempo sepolta nel passato. Per l’autrice, non deve essere stato per nulla facile trovare la forza di raccontare. Questo intenso lavoro della Giampaoli da un lato rende onore alla memoria delle persone che hanno perso la vita in quell’incidente, dall’altro serve anche probabilmente all’autrice per elaborare il lutto e servirsi del potere salvifico della parola per continuare a vivere conservando intatto il ricordo di chi non è più.

Molto belle anche le parole che la casa editrice Neo Edizioni usa per presentare questo lavoro: “Il resoconto è un ibrido: indubbiamente una storia autobiografica, ma non solo un diario di viaggio. Noi, a dire il vero, l’abbiamo letto come un romanzo d’avventura. Lo stile è molto maturo, nonostante sia un esordio. Ci ha convinto, soprattutto, il modo in cui l’autrice ha saputo trattare la questione. Totalmente immersa eppure distante; lirica senza mai essere melensa; “accogliente” nell’accezione più pura del termine.”

Un libro da leggere.

Il lavoro dopo la pandemia: riflessioni su smart working e ritorno alla normalità

Quanti di voi hanno davvero voglia di tornare alla “vecchia vita” sul lavoro? Siamo tutti d’accordo che è necessario trovare il modo per convivere con il virus, tornando a comportarci in un modo più o meno normale.
Ma la pandemia ha messo in evidenza tutte le storture del lavoro moderno, che, appare chiaro, è necessario ripensare dalle fondamenta.

Prima del covid-19 la vita di un genitore-lavoratore normale, come me, era: almeno un’ora di traffico al mattino, almeno 8 ore di lavoro, incontri – alcuni piacevoli, altri molto meno – bocconi amari da mandare giù, un’altra ora e mezzo di traffico al ritorno. Restavano 4, 5 ore al massimo di tempo per la famiglia, gli hobby, la spesa, le questioni personali. Qualche ora di sonno e via, si ricominciava, in un eterno giorno della marmotta.

L’equazione maggiore numero di ore di lavoro uguale maggiore produttività, è stata disintegrata e smentita per molte professioni da uno smart working che, se bene applicato, risolverebbe moltissimi problemi con cui dobbiamo confrontarci di nuovo tutti: traffico, sovraffollamento gli uffici, mancata sanificazione degli ambienti di lavoro, sostenibilità dei processi produttivi.

Spesso, da casa si riescono a fare più cose in meno tempo. Le tecnologie permettono di garantire elevati standard lavorativi e, per molte nuove professioni, di mantenere inalterato, se non addirittura migliorare la qualità dei risultati. Call, email, chat, ci permettono di essere costantemente connessi e di lavorare 24 ore su 24, ma dall’altro lato questa modalità di lavoro liquida e dilatata, rende il lavoro diluito e permette di riappropriarci dei nostri tempi e dei nostri spazi.

Insomma, tornare alla normalità lavorativa significa anche farlo con intelligenza. Altrimenti, a cosa sarebbe servita questa pandemia?