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XXVI Edizione del Premio Letterario Internazionale EMILY DICKINSON

Mercoledì 8 giugno, alle ore 15.30, nel suggestivo scenario della chiesa di Sant’Erasmo presso Castel Sant’Elmo al Vomero, si terrà la manifestazione conclusiva della XXVI Edizione del Premio Letterario Internazionale “EMILY DICKINSON”.

Il Premio si articola in 7 sezioni: libro edito di narrativa o saggio edito; libro edito di poesie, anche in dialetto; libro o racconto inedito; silloge inedita; poesia inedita in lingua o in dialetto; sezione speciale riservata agli studenti; sezione speciale “Dott. Ing. Ruggiero Cenere”. 

Tanti gli scrittori che hanno inviato le loro opere edite ed inedite a giudizio della commissione esaminatrice. Tra i premiati vi sono letterati provenienti da tutta Italia e dall’estero. 

È stato istituito, inoltre, un riconoscimento nell’ambito dello stesso Premio a personalità del mondo della cultura e delle istituzioni che si sono distinte per meriti e per elevate doti umane. Quest’anno il riconoscimento andrà allo scrittore Maurizio De Giovanni ed al giornalista napoletano Marco Altore. 

Ad organizzare il Premio “EMILY DICKINSON è l’omonima Associazione fondata e presieduta dalla scrittrice, docente e giornalista Carmela Politi Cenere: «Il premio rappresenta un punto di osservazione per la letteratura ed anche un’occasione per l’economia locale ospitando scrittori provenienti da ogni parte. I riconoscimenti speciali sono stati individuati tenendo conto dell’etica e della morale dei premiati nell’ambito della loro attività professionale. Gli scrittori sono stati premiati in base alla qualità del lavoro presentato e la scelta non è stata semplice perché i lavori pervenuti erano davvero tanti e di alto livello». 

Alla manifestazione conclusiva della XXVI Edizione del Premio Letterario Internazionale “EMILY DICKINSON” sono stati invitati anche il presidente della Regione Campania, Onorevole Vincenzo De Luca, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, e la presidente della V Municipalità Clementina Cozzolino.

Il Festival “PozzuoliCoolturale” conquista il Rione Terra

Emozioni. Cultura. Passione e condivisione. Lo scenario era da cartolina, quello del Rione Terra. Gli ospiti e l’organizzazione di altissimo livello. Il successo, dopo questa tre giorni, di pubblico e contenuti, è stato evidente.

Si è chiuso domenica sera il sipario del PozzuoliCoolturale, il Festival del Libro organizzato dall’Assessore al Turismo ed alla Cultura del Comune di Pozzuoli, Stefania De Fraia, curato e diretto dal giornalista-autore Jacopo Di Bonito.

Io ringrazio entrambi di cuore. Per avermi dato un compito importante, quello di moderatore di gran parte della manifestazione, e per avermi permesso di condividere il palco con nomi di assoluto spesso nel panorama culturale italiano.

Si è partiti venerdì mattina con l’emozionante partecipazione del Prof. Umberto Galimberti, una delle menti più interessanti degli ultimi anni, che ha tenuto tutti a lezione per oltre due ore. Un incontro che, nonostante la giornata particolarmente rovente, ha visto la partecipazione di centinaia di persone accorse da varie zone della Campania per ascoltare le parole del Professore. “È un evento meraviglioso ed io sono entusiasta di aver inaugurato questa prima edizione del Festival PozzuoliCoolturale. Ho scoperto una città vivace ed una location magica”, ha dichiarato Umberto Galimberti a margine dell’evento e poco prima di fermarsi per un rigorosissimo ed appassionato firma copie.


Dalla filosofia alla musica il passo è stato breve, con “La Maschera” che venerdì sera ha richiamato tantissimi fan accorsi per lo showcase dell’ultimo disco “Sotto chi tene core”. Il sabato è stata la volta di Procida Capitale della Cultura, con un’intera programmazione dedicata all’isola ed aperta da un incontro istituzionale tra i delegati alla cultura dei due comuni. Sul palco il fotografo Sergio Siano, Martin Rua e tanti altri.

Densa di magia l’esibizione degli Ars Nova Napoli, il gruppo partenopeo che per oltre due ore ha fatto cantare un Rione Terra sold out. Domenica è stata la volta dell’identità con Pino Imperatore e Nino Daniele ospiti di eccezione.

Mostre, esposizioni di artisti flegrei e laboratori hanno reso PozzuoliCoolturale un contenitore culturale elegante e vivace, che in molti sperano possa trasformarsi in un appuntamento fisso per la città di Pozzuoli.

Che dire, speriamo di rivivere un appuntamento simile il prossimo anno!

FESTIVAL “POZZUOLICOOLTURALE”, AL RIONE TERRA ARRIVA IL PROF. GALIMBERTI

Questo Weekend a Pozzuoli un Festival del Libro, della cultura, della musica. Quando l’amico scrittore e giornalista Jacopo di Bonito me ne parlò, qualche mese fa, mi sembrò subito una cosa bella, necessaria. Questo festival oggi è realtà, un evento gratuito in uno dei luoghi più belli di Napoli, il Rione Terra di Pozzuoli, e io avrò il piacere di partecipare e dialogare con numerosi autori presenti su questo palco durante questi 3 giorni.

Seminari, laboratori, incontri, presentazioni, live music e showcase. Ed ancora mostre, esposizioni e gazebo culturali. È questo il programma del Festival del Libro “PozzuoliCoolturale” che si terrà dal 20 al 22 maggio (ogni giorno dalle 11.00 alle 22.00) all’interno della suggestiva rocca del Rione Terra. Una tre giorni fortemente voluta dall’Assessore al Turismo e alla Cultura del Comune di Pozzuoli, l’avv. Stefania De Fraia.

Sul palco di “PozzuoliCoolturale” saliranno scrittori, artisti, autori e musicisti. L’apertura sarà affidata ad un nome d’eccezione, il prof. Umberto Galimberti, uno dei pensatori più interessanti del panorama culturale europeo. Spazio anche per la musica con l’attesissimo showcase de La Maschera ed il live degli Ars Nova. Sul palco anche Pino Imperatore, Lavinia Petti, Martin Rua, Nino Daniele, Sergio Siano e tanti altri. (Qui il programma completo https://fb.me/e/1hsAa807g)
Inclusione (20/5)-Isola (21/5)-Identità(22/5) saranno le tre tematiche intorno alle quali si struttureranno gli interventi degli ospiti, con l’obiettivo di creare un proficuo spazio di riflessione in città. La seconda giornata (Isola) sarà interamente dedicata a Procida Capitale della Cultura, per ribadire con ancora più forza quel legame che c’è tra Pozzuoli e all’isola flegrea.

All’interno dei gazebo culturali ci saranno mostre e verranno effettuati laboratori per grandi e piccoli. Grazie ad un accordo tra l’Assessorato al Turismo e alla Cultura del Comune di Pozzuoli ed il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, tutti coloro che saranno in possesso del segnalibro di PozzuoliCoolturale (distribuito durante la manifestazione) e di un libro, potranno accedere gratis al Parco Archeologico di Cuma ed al Macellum di Pozzuoli per i giorni 21 e 22 maggio.
Curatore e direttore artistico della manifestazione, il giornalista/autore Jacopo Di Bonito.

L’ingresso sarà libero, fino ad esaurimento posti, per l’intera manifestazione.

Il Confine di Silvia Cossu

Con Il Confine (Neo Edizioni) Silvia Cossu è al suo quarto romanzo. Si sente, nelle sue pagine, una grande maestria da scrittrice d’esperienza, una certa sapienza narrativa. Appena si inizia a leggere questo libro si viene travolti da un’atmosfera rarefatta, avvolti da una trama all’apparenza semplice, ma con molteplici stratificazioni.

Con i tempi e i modi di un racconto che, come un piccolo giallo dell’anima, con grande sapienza costruttiva, avvicina ad una più profonda domanda di senso. Quasi un viaggio iniziatico” dice Renato Minore, che l’ha candidata al premio Strega. E ha ragione, soprattutto sulla sapienza costruttiva.

Una storia che ha come protagonista una scrittrice che ha perso il gusto di scrivere ma che per vivere racconta le storie di uomini celebri, finiti però in disgrazia e dimenticati dal mondo. Le mette su carta, a pagamento ovviamente. Quando incrocia un famoso e misterioso psichiatra, Mosco, e questo medico le offre una grande cifra per scrivere la sua storia e ascoltare in più sedute le sue vicende, queste due vite si incrociano e il risultato è imprevedibile.

Il libro si apre subito con una rivelazione, e poi va a ritroso: “Cinque anni fa ho intervistato uno psichiatra conosciuto attraverso un’amica comune. (Un nome noto). Ci siamo incontrati quasi ogni giorno nel suo studio. Ho registrato trenta ore di materiale. La sua vita, le circostanze più o meno fortuite che lo hanno avvicinato alle terapie brevi e a praticarle per oltre quarant’anni. Soprattutto quella subliminale. Poi, senza alcun preavviso, arrivati alla fine, è sparito. […] Lo sgomento, rigirando tra le mani il biglietto appena ricevuto, poco a poco si rifà vivo. La cerimonia è prevista tra due giorni. Mi chiedo chi abbia spedito la partecipazione. La sensazione di essere osservata torna a punger- mi come un sottile senso di colpa. Ora che il suo corpo non respira più, è solo un ammasso inerte, so di essere stata anch’io par-te del suo gioco.

La biografa fa un mestiere insolito e a suo modo affascinante, instaurando un particolare rapporto con i suoi clienti. Ce lo spiega: “È vero che sfrutto la vanità altrui, ma il risultato produce un conforto duraturo. In più, c’è l’incognita del percorso che si intraprende insieme, che una volta concluso può essere riattraversato innumerevoli volte, con pause e letture diverse.” Davanti a questo nuovo cliente, a questo schivo e misterioso dottore, potente, rivoluzionario, attaccato al denaro, qualcosa cambia. Il percorso non è lineare come al solito. Il confine tra biografa e cliente non è più tanto scontato. Chi è, questo psichiatra? Cosa vuole che venga raccontato?

Che ci sia una verità da scovare contro e nonostante lui, mi alletta. L’ipotesi di rovesciare i piani e pormi come analista di uno psichiatra, perché in fondo è così che l’ha messa” dice a un certo punto la protagonista. Che inizia a mettere insieme i vari pezzi che vanno a formare la storia di Mosco, i suoi esordi nel campo della medicina. I suoi successi. I suoi eccessi.

Gli incontri con Mosco per realizzare il libro, si trasformano sempre più spesso in qualcosa di altro: viaggi in auto per incontrare barboni; confronti sui romanzi scritti dalla biografa; inquietanti scambi di idee e riflessioni al limite.

Il racconto su Mosco intanto continua, si arricchisce di pagine la sua biografia: “Mosco ha scoperto che mescolare la suggestione del teatro con le tecniche più avanzate delle terapie brevi, creando per ogni paziente un set specifico, ha l’effetto di potenziarne l’esito”.

Mosco e il rapporto con i soldi. Mosco e le donne. Mosco e l’alone di mistero che lo circonda. Indagare nella vita di Mosco, serve alla protagonista per guardare dentro se stessa. I piani si confondono. I confini si fanno rarefatti. Le terapie brevi. Realtà e finzione. Irma e il sesso. Realtà e bugia. Il sonno, il sogno. La paura. La memoria. Fin quando Mosco scompare, fa perdere le sue tracce, e la situazione sembra implodere, forse esplodere.

La bella lingua di Silvia Cossu non esagera mai, è elegante e precisa. E come in un puzzle serve a costruire una storia che si arricchisce tassello dopo tassello. Spiazza, spesso. Indizio dopo indizio si arriva allo svelamento finale. I vari punti di vista, le varie sequenze di questo romanzo che è allo stesso tempo molto filmico e delirante come un sogno da ubriachi, rendono la narrazione sempre tesa, l’effetto finale straniante e originale. Neo edizioni, a pochi mesi di distanza da Beati gli inquieti di Redaelli, torna a proporre un romanzo brillantemente costruito che parla di psichiatria e, in qualche modo, di sanità mentale. Il risultato è sorprendente.

Silvia Cossu è nata a Roma. Ha scritto per Marsilio i romanzi La vergogna e L’abbraccio, e per la collana “Strade-Blu” di Mondadori un memoir usando uno pseudonimo, tradotto in Germania. Due suoi racconti sono presenti nelle antologie I racconti delle fate sapienti (Frassinelli), e Pensiero Madre (Neo Edizioni). Per il cinema ha sceneggiato diversi film (BluffL’ospiteFino a farti maleCrushed Lives – Il sesso dopo i figliIo lo so chi siete) selezionati nei più importanti festival internazionali. Il confine è il suo quarto romanzo.

Sopra un fiume nero di Domenico Infante

L’amico scrittore Domenico Infante, di cui in passato ho divorato tutti i libri, esce con un nuovo romanzo, un bel thriller dalla trama molto interessante.

Domenico sa come pochi altri scrittori appassionare con le sue storie, la scrittura dosa con equilibrio parole ed emozioni, ed era da tempo che aspettavo un suo nuovo lavoro. In attesa di leggerlo, ecco la scheda.

Sopra un fiume nero esce per Porto Seguro. Dalla prossima settimana sarà possibile ordinare il libro anche in libreria e sulle piattaforme online. Il libro sarà presentato sabato al Porto Seguro Show, alle 18:30, al Voia Art Gallery, in via Nomentana 926.

Marco Rabini è un bravo informatico romano. Mentre è in coda nel traffico del GRA, diretto a Formia per un imprevisto intervento presso un’azienda, una ragazza esce da un’auto sportiva e irrompe nella sua auto e nella sua vita. Arrivati a destinazione, la lascia per andare al lavoro e la sera la ritrova nel suo letto. La connessione tra di loro è immediata. Il sabato pomeriggio, finito il lavoro, torna in camera e trova la ragazza sgozzata, in bagno, nella doccia sotto un getto di acqua calda. Latitante, comincia a cercare l’assassino della ragazza, che risponde al nome di Grigori. Ma Grigori non è solo il suo demone personale. Grazie al mondo che meglio conosce, il web, Marco scoprirà di essere vittima di qualcosa ben più grande di lui, un gioco profondo, un gioco pericoloso. Con un intenso ritmo narrativo e un finale assolutamente imprevisto, Domenico Infante ci regala un thriller intrigante, dove tra espedienti informatici e amici fidati ci mostra dove può arrivare un uomo per scoprire la verità. Biografia: Domenico Infante è nato a Napoli il 4 luglio 1963. Vive lì i primi 40 anni poi si trasferisce a Roma. Lavora nel settore informatico in un gruppo che si occupa di voce su internet e di cyber security. Per Porto Seguro Editore pubblica nel 2022 Sopra un fiume nero.

L’albero delle farfalle di Paolo Mascheri

Di questi tempi, essere scrittori significa, prima di tutto, fare promozione di sé stessi. Eventi, presentazioni, essere online, apparire. Alle volte, la forma prende il sopravvento sulla sostanza. Ci sono poi invece scrittori, come Paolo Mascheri, digitalmente schivi e riservati, che non hanno social se non un profilo facebook aperto da poco, che non scrivono ovunque e di tutto e anzi, preferiscono dosare le uscite letterarie. Paolo, addirittura, aveva smesso di scrivere. Lo dice, appunto, su facebook: “Ho passato anni interi senza scrivere nemmeno una riga. È stato nel 2017 che ho ripreso costantemente a farlo. Una sera di maggio di quell’anno mi imbattei in 20000 Days on Earth. Il docu-film di Forsyth e Pollard su Nick Cave. Sprofondato nel divano, rimasi rapito dal monologo finale accompagnato dalle note di Jubilee Street in cui Cave invitava a non essere inattivi- all of our days are numbered-, a concretizzare le proprie idee, a proteggere la piccola fiamma della propria intuizione perché attorno ad essa potevano essere costruite grandi cose… “

Ringraziamo quindi Nick Cave anche per questo, per aver ridato forza e voce nuovamente a uno degli scrittori più talentuosi della generazione nata tra i Settanta e gli Ottanta. Mascheri avevi esordito in narrativa con Poliuretano nel 2004, per Pendragon, e aveva confermato l’ottima scrittura e i contenuti con Il Gregario, minimumfax, uscito nel 2008, potente romanzo sul declino italiano e sul malessere della nostra generazione senza punti di riferimento.

Ecco, a distanza di 13 anni Paolo Mascheri torna con L’albero delle Farfalle, stavolta Edizioni Pequod. Anche stavolta l’autore si conferma, con un’opera ancora più matura e toccante delle precedenti.

Un romanzo sofferto, doloroso, che scava nei rapporti figlio-Madre e nella famiglia. I capitoli sono divisi per nomi – Costanza, Riccardo, Roberto, Eleonora – e ognuno descrive una porzione di mondo da un determinato punto di vista. Ci raccontano una storia di vita quotidiana. Ci parlano del progressivo disfacimento dei corpi umani. Ci descrivono l’incomunicabilità di una famiglia, lo sfaldamento delle certezze di un uomo – un medico di base, depresso e chiuso in se stesso – alle prese con la malattia della Madre.

L’albero delle farfalle è un libro potente e lacerante, dove i protagonisti sono due: Costanza, la Madre, ex professoressa in pensione che combatte da anni contro un tumore che non va via e suo figlio Riccardo, che ha messo in modo testardo – e, per molti versi, giusto – la lotta contro la malattia di chi l’ha generato, prima di ogni altra cosa della sua vita.

Mascheri ci racconta soprattutto il rapporto tra questi due personaggi così delicati e complessi, e il difficile equilibrio che deflagra nella famiglia – ristretta o allargata che sia – quando la malattia scombina le carte in tavola. I vari capitoli della prima parte contribuiscono ad aggiungere progressivi tasselli a questo quadro famigliare – con la figlia piccola, la moglie Eleonora, il padre di Riccardo, Roberto, commercialista preso dal suo lavoro e dagli incontri Rotariani – e tracciano meglio le coordinate di questa vita, nella campagna toscana. La seconda parte e l’epilogo, più brevi e improvvisi, segnano la conclusione del libro – Crikvenica – una conclusione deflagrante, carica di speranze (attese? disattese?), che, per scrittura e emozioni suscitate, scava nell’animo nel lettore un solco indelebile.

Il rapporto tra questa madre e questo figlio, così lontana dagli stereotipi, così genuino, semplice e sincero, emoziona in più momenti. La passione comune del giardinaggio, tra i due, si riflette nel frequente utilizzo di termini tecnici, o nomi di piante precise, come appunto la buddleia che dà il titolo al libro (comunemente conosciuta, appunto, come albero delle farfalle).

Alcuni momenti che restano ben fissati nella mente: il rapporto nonna-nipote, la scena del primo attraversamento della strada della piccola, per fare la spesa ed evitare alla nonna di entrare in bottega, di alimentare le voci del paese; le descrizioni di questo entroterra toscano, così placido e rigoglioso di vegetazione; il lungo sogno-viaggio della speranza a Milano dal dottore, il Professor Sensini, per sferrare l’ultimo attacco alla malattia di Costanza.

L’autore fa della sua prosa elegante, della scrittura equilibrata, del lessico variegato, i punti cardine del suo modo di raccontare. Non ci sono mai parole di troppo. Si direbbe scrittura “chirurgica”, ma il termine è abusato e non riuscirebbe neanche a racchiudere in realtà la qualità di questa prosa. Speriamo di non dovere attendere altri quasi 15 anni per poter leggere un altro romanzo di questa forza.

Entanglement Trio – “A brief history of time”

Il primo disco di Entanglement Trio “A brief history of time” , firmato nusica.org e uscito a fine novembre, è un lavoro sperimentale e stratificato.

Solitamente l’etichetta trevigiana ci aveva abituato a sonorità puramente jazz e, anche dove non propriamente classiche, comunque in binari ben definiti. Questo disco fa invece dell’improvvisazione e della sperimentazione la sua caratteristica principale.

Il gruppo, composto da Beatrice Arrigoni (voce), Matteo Lorito, (basso e live elettrocnics) Andrea Ruggeri (batteria e percussioni) approfondisce le relazioni tra improvvisazione e scrittura, parola scritta e suono, acustico ed elettronico, e riflette a suo modo sul tempo, nella letteratura e naturalmente in ambito musicale.

Sette tracce inedite nate intorno alle teorie di Stephen Hawking e alla poesia di T.S. Eliot. Qui le parole del trio, che definiscono le coordinate del disco: “Questa idea ritrova le proprie radici in una metafora cosmogonica della creazione del linguaggio musicale. È in tal modo che abbiamo provato ad immaginarla: una sorta di Big Bang dal quale la materia, dapprima informe, nasce, prenda forma ed inizia a costruire quella complessa rete di relazioni che dà vita all’universo dei suoni. All’interno di questi processi un ruolo essenziale è giocato dall’elettronica.”

Tutto è un po’ riassunto nella seconda traccia, Hidden music, lunghissima suite – quasi 30 minuti! – in cui gli strumenti si susseguono, così come i generi, ci sono silenzi, testi recitati, fischi, composizioni elettroniche, sono tanti i livelli e i significati da ricercare. Un disco di ricerca, questo, che però non pregiudica l’ascolto. Con Formal pattern siamo in territori più standard, e si apprezza a pieno la bella ed elegante voce della Arrigoni; Sunlight lascia che invece sia il contrabbasso di Lorito ad essere pieno protagonista. The surface, A cloud ed Eternally present sono le tre tracce che chiudono il disco e che lasciano grande libertà all’espressione travolgente della musica dei solisti.

Più o meno gli stessi di Paolo Bargagli

Ho giocato a tennistavolo a buoni livelli da ragazzino, poi ho abbandonato neanche quindicenne, ripreso a sprazzi senza allenarmi mai con costanza. Però amo il tennistavolo come sport, per me è una vera e propria filosofia di vita, per certi versi. Una cosa che ho sempre riscontrato è che, rispetto ad altri sport  – ovviamente più noti -, la produzione letteraria a tema tennistavolo fosse ridotta, o meglio diciamo la verità, nulla.

Per questo motivo quando ho intercettato in un gruppo facebook gli aneddoti e i post che Paolo Bargagli scriveva con frequenza, partendo dalle sue avventure agonistiche negli anni 70 e 80, ho stropicciato gli occhi e quasi non ci credevo.

La stoffa dello scrittore, avendo lavorato nel settore editoriale per un po’ di anni, l’ho subito fiutata. E devo confessarlo, pur non conoscendolo ho chiesto la sua amicizia e gliel’ho scritto: “Ma queste storie devi pubblicarle”.

Lui, con fare un po’ modesto, non ha confermato né smentito, ma quando poi ha dato alle stampe “Più o meno gli stessi – Piccole storie di sport, di amicizia e di ragazzi che non mettono giudizio”, mi sono entusiasmato.

E sono stato ancora più felice di averlo ricevuto in dono, dono che considero prezioso non solo perché arriva da un campione del tennistavolo, ma perché gli aneddoti che contiene sono sinceramente ineguagliabili. La veste grafica è accattivante – stupendi i numeri di pagina con racchettina – le foto sono preziose.

Alcuni di questi aneddoti li avevo già letti come post di facebook, ma molti ammetto essermeli persi, perché forse l’algoritmo del social network di Zuckerberg non ha funzionato a dovere. Ma come, mi sono detto! I post di Bargagli sono una delle poche cose per cui vale la pena essere ancora iscritto a questo social di boomer e narcisisti.

Partiamo dalla veste grafica: Paul Klee in copertina con un’immagine che ricorda una racchetta – forse pongista anche il famoso pittore? – bella carta, immagini a colori pazzesche. Un lavoro davvero ben fatto, ad esempio io sono impazzito per i numeretti di pagina a forma di racchetta.

Ma veniamo ai contenuti, scritti da Bargagli, “creatura ricca di curiosità e assetata di cose belle” come lo descrive Milo De Angelis nella prefazione. Abbiamo tanti brevi ma densi profili di pongisti, o racconti sul tennistavolo, scritti con una passione unica, che solo chi ama alla follia questo sport può far trapelare. Dai primi approcci con questo sport alle prime vittorie, passando per i viaggi in giro per il mondo- ah, la Cina! –  e alcune sfide memorabili, le pagine filano via veloce. La cosa che subito emerge, la sottolinea Alessandro Bernardi nella postfazione al volume: “Del tennistavolo di Paolo, oggi, restano i ricordi […] Per rievocarli Paolo utilizza i più diversi registri, ma la cifra stilistica utilizzata è comunque l’ironia; una ironia che non riesce a celare la nostalgia per le cose amate e vissute una volta”.

Per meglio orientarsi, sono divisi in sezioni: “raccontini di stupore e ping-pong giramondo”, “raccontini di viaggio, musica e compagnia bella”, “Per farla breve”, Raccontini di campioni ritratti a matita”, “Raccontini di sport a briglia sciolta”, “Raccontini di amicizia e ping-pong italiano”.

Per me, classe 83 cresciuto nel mito di Waldner e Saive, ci sono ammetto alcuni nomi mai sentiti prima. Ma tanti profili sono irresistibili, anche se si parla della bella e ineffabile Valentina Popova – che non conoscevo – o di altri atleti che giocavano negli anni 60 – 70. Si ride, tanto, ma si riflette anche molto: sulle differenze che ci sono sempre state in questo sport tra la Cina e l’Italia, sulla filosofia del “saper perdere”, sul perché, parliamoci chiaro, il Tennistavolo sia uno sport tra i più belli e appassionanti che esistano.

Si ricorda Giontella – per me un vago ricordo, un campione memorabile – si parla di Milan Stencel, allenatore dell’Italia dall’89 al 92. C’è una fenomenale sfida in doppio proprio contro il Maestro, al quale Bargagli ricorda di aver regalato un bel bollino rosso sul braccio, con una pallinata. Ancora Secrètin, che per me era solo un nome e grazie ai racconti di Paolo ho conosciuto per le sue imprese.

Fortissimo il raccontino “Storia incompleta del servizio”; leggendo le varie pagine scopro che fino a metà anni 80 si potevano avere due gomme dello stesso colore, che l’antitop con gomme colorate uguale metteva in difficoltà tutti. E ancora: Costantini, Bisi, Maietti, l’allenatore della nazionale Tiao.

Molto originali anche i racconti non legati al ping pong, che denotano la grande cultura di Bargagli, l’amore per la musica, il cinema, i viaggi… il libro si lascia leggere, appassiona anche i non amanti del tennistavolo, perché l’autore scrive davvero bene, benissimo!

Un libro che ho letto con grande piacere insomma, e che mi ha permesso ancora una volta di capire perché amo tanto questo sport, che ho praticato dal 91 al 95 con costanza e a buoni livelli, e poi preso e riabbandonato almeno un altro paio di volte. Complimenti a Bargagli per aver scritto questo libro. Volendo prendere in prestito le parole citate in una delle storie del volume: l’ho goduto molto!

L’albero delle farfalle di Paolo Mascheri

Esce in questi giorni per Pequod (ed è disponibile su Ibs) il nuovo romanzo dello scrittore aretino Paolo Mascheri, grande narratore, folgorante col suo esordio Poliuretano e confermato dall’ottimo Il Gregario, uscito per minimumfax ormai 13 anni fa.

Abile tessitore di trame, dalla scrittura misurata e tagliente, eccezionale nell’indagare i profondi rapporti tra persone e i legami famigliari, Mascheri coi suoi due libri precedenti si inseriva a pieno titolo tra i miei scrittori italiani contemporanei preferiti. Aspettavo un suo nuovo libro da tempo, e ora eccolo qui.

Copertina e bandella qui di seguito

Storia del Napoli – Una squadra, una città, una fede

Segnalo l’uscita di un libro molto interessante, un tema che mi sta particolarmente a cuore: il calcio, e soprattutto il Napoli.

E allora non posso che leggere con entusiasmo il nuovo libro di Gigi Di Fiore, appena uscito per DeA Planeta/UTET, Storia del Napoli – Una squadra, una città, una fede.

Più di 400 pagine dedicate alla mia squadra del cuore. Partendo dalle origini, i primi anni, i primi successi, fino al decennio di Diego, poi la caduta e la successiva rinascita. Al momento è in lettura.

Questa la scheda:

Tra le tifoserie più passionali e pittoresche del mondo, il Napoli ha sicuramente un posto d’onore. Per rendersene conto, basta entrare allo stadio San Paolo durante una partita: il Napoli è diverso dalla maggior parte dei club professionistici. Squadra dalla chiara connotazione identitaria, l’amore con la città ha radici profonde che si diramano sotto il tessuto cittadino, dal Vomero, passando per i Quartieri Spagnoli, giù fino al mare. Ed è proprio qui che inizia la storia del calcio a Napoli, quando sul finire dell’Ottocento un gruppo di marinai inglesi allestisce un campo vicino al porto, al Mandracchio. Dalla nascita del club nel 1926 è un susseguirsi di imprese gloriose e rovinose disfatte: un moto armonico del tutto simile a quello della città. Il Napoli, infatti, finisce per incarnare fino in fondo gli eccessi e le contraddizioni, sociologiche e culturali, di un’intera metropoli. Squadra popolare e interclassista, che accomuna nella “malattia” del tifo il sottoproletario, l’operaio, il professionista e l’uomo di cultura, diventa subito strumento e simbolo del riscatto rivendicato da una ex capitale mortificata nei suoi antichi splendori, da anni trasformati in pregiudizi. Squadra condizionata dal contesto sociale urbano, anche negli aspetti deteriori, come ha dimostrato in alcuni momenti l’inquietante ombra dei clan della camorra. Con il consueto rigore, Gigi Di Fiore ricostruisce l’avventurosa Storia del Napoli. La storia dei suoi istrionici presidenti, da Achille Lauro ad Aurelio De Laurentiis, e soprattutto la storia dei suoi molti campioni, da Sallustro a Sívori, da Zoff a Krol, fino a Cavani, Lavezzi e Higuaín. Su tutti, naturalmente, splende la stella Maradona, fuoriclasse controverso, protagonista della stagione più gloriosa della squadra, mito ed espressione congeniale di una città unica al mondo.