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Lo spazio tra le cose a Villa Fernandes

Presenterò il mio romanzo nel bene comune “Villa Fernandes”, per la rassegna “Lib(e)ri al parco”.

Lunedì 6 luglio alle ore 18, sarò ospite del giardino dell’hub creativo nato grazie ad una rete di associazioni e cooperative guidate dalla coop. sociale ONLUS “Seme di Pace”.

A conversare con me, Ileana Bonadies, ideatrice del ciclo di incontri dedicato alla lettura, e Antonella Renzullo, che ringrazio dell’opportunità.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Secondo appuntamento per la rassegna “Lib(e)ri al parco”, tra le attività culturali in corso nel bene confiscato “Villa Fernandes” (via Diaz 144, Portici – NA), realizzata in collaborazione con la Mondadori Point di Portici.

“Azzorre” di Cecilia Maria Giampaoli

Ho letto “Azzorre” di Cecilia Maria Giampaoli, edito da Neo Edizioni e da poco arrivato in libreria. Un testo sofferto e toccante, in cui la scrittrice mette a nudo sé stessa e il dolore che si porta dentro, da più di 30 anni. La data attorno cui ruota tutto è l’8 febbraio 1989. “Un aereo sorvola l’oceano. È partito da Bergamo diretto a Punta Cana. L’equipaggio si prepara a fare scalo alle Azzorre, sull’isola di Santa Maria. Alle 13:08, ora locale, un boato. L’aereo si schianta contro il versante di una montagna. Niente fiamme. Nel bosco cala il silenzio. 144 persone perdono la vita, io perdo mio padre. Le testimonianze raccolte in questo diario non possono né vogliono sostituirsi in alcun modo ai fatti accertati dalle indagini, ormai chiuse, sul caso. Nel rispetto delle persone incontrate e delle loro storie, tutti i nomi sono stati cambiati.” Cecilia ci immette subito nel vivo di questa narrazione che mescola il racconto personale, i ricordi, le testimonianze di chi ha vissuto questa grande tragedia.



Ai tempi Cecilia aveva 6 anni. Era una bambina, che 25 anni dopo decide di partire per l’arcipelago portoghese. E affrontare tutto.
Prende coraggio e rivive quei momenti, quei ricordi lontani, quel dolore sempre vivo, anche a distanza. Con la giusta consapevolezza, ormai donna, intraprende un viaggio “fatto di persone e luoghi, di testimonianze, ricordi, reticenze, incontri fortuiti e voluti; un viaggio privo di compatimenti, intrapreso nella speranza che possa esistere una verità di altra sostanza, a suo modo liberatoria”.


Quel che ne esce parte come un diario personale, ma poi diventa molto di più.
“Non ho un vero programma per questo viaggio e seguire il corso degli eventi mi sembra comunque la soluzione migliore, l’unica” scrive Cecilia nelle prime pagine del libro.

Cecilia incontra persone, parla con la gente, cercando di ricostruire il passato, di dare un senso a tutto.
Nel farlo, intende ricordare suo padre. «Le persone che muoiono non scompaiono, si manifestano in noi, nei nostri cambi d’umore e in questo modo ci seguono nel corso della vita» spiega a un certo punto Tadeu Manuel Duarte, responsabile di una delle chiese di Lisbona, con il quale dialoga Cecilia prima di decollare verso l’arcipelago.

Nelle pagine del libro, che pur non essendo propriamente un romanzo ne conserva una certa struttura e originalità, sono tanti gli incontri che fa in diversi luoghi. Il suo è un vero e proprio viaggio catartico, necessario. Un diario semplice nella scrittura ma commovente e stratificato nei contenuti. Gli occhioni grandi della bimba in copertina, ora adulto io narrante, provano a ricostruire tutto.

Il viaggio vero e proprio inizia: “Nel pomeriggio mi imbarco sul volo per le Azzorre. Lascio Lisbona diretta verso il centro dell’Atlantico, dove passerò le prossime settimane. Non conosco nessuno. Non serve che spieghi nel dettaglio come sono riuscita a trovare gente disposta a ospitarmi. Questione di fortuna: ho trovato alcuni indirizzi, ho scritto delle mail, qualcuno ha risposto. La prima è stata una donna, so solo che si chiama Teresa.  Starò da lei per qualche giorno. Verrà a prendermi in aeroporto. Così ha detto”.

I periodi sono brevi, incisivi. Piano piano si compone il quadro. Frammenti, tessere di un puzzle: “L’aereo si schiantò contro la montagna. È unica e centrale.” O ancora, dice Cecilia: “Non sono venuta per riportare in vita mio padre, il passato è passato e non si può rifare, ma ho un conto aperto con questo posto. Nel male e nel bene, sarei diversa se non fosse successo. Non sarei io.”

Cecilia esplora. Cecilia studia. Cecilia vuole conoscere il posto in cui per suo padre è tutto finito. La narrazione procede con questi che sono dei piccoli racconti, delle piccole istantanee della vita sull’isola. Nel leggerli, sembra di starle accanto, di fare questo viaggio insolito insieme a lei. Molto spesso il racconto diventa commovente, oltre che estremamente interessante sotto diversi punti di vista. Ci si prova a immedesimare nella protagonista, ma non ci si può riuscire. Ma non per demeriti della narratrice, anzi, ma perché questo dolore non può che essere un peso inimmaginabile, difficile da spiegare a parole. Ma non per questo si deve rinunciare a narrarlo, a raccontarlo, per capire e comprendere. Il romanzo reportage diario continua e Cecilia completa il suo percorso di ricostruzione e costruzione, di una memoria e di un passato che in tanti hanno dimenticato.

A un certo punto il racconto si fa ancora più toccante e spiazzante: “Leggere la cronaca sull’incidente qui, all’aeroporto di Santa Maria, mentre le due turiste leccano il gelato, è surreale. Non so perché non l’abbia fatto prima, perché non abbia cercato i dettagli di questa storia quando ero ancora in Italia. Non ne so molto più di quanto mi sia capitato di sentire e le cose peggiori sono quelle che ho immaginato nei momenti in cui non sono riuscita a non pensarci. Mi sono fatta bastare il concetto essenziale – mio padre è morto – e un unico dettaglio, quello sensazionale: è morto in un incidente aereo. Lo usavo da bambina – suscitava negli altri un misto di imbarazzo e stupore che aveva l’effetto positivo di troncare la conversazione mettendomi al centro dell’attenzione.”

Questa è una storia poco nota, che è rimasta per troppo tempo sepolta nel passato. Per l’autrice, non deve essere stato per nulla facile trovare la forza di raccontare. Questo intenso lavoro della Giampaoli da un lato rende onore alla memoria delle persone che hanno perso la vita in quell’incidente, dall’altro serve anche probabilmente all’autrice per elaborare il lutto e servirsi del potere salvifico della parola per continuare a vivere conservando intatto il ricordo di chi non è più.

Molto belle anche le parole che la casa editrice Neo Edizioni usa per presentare questo lavoro: “Il resoconto è un ibrido: indubbiamente una storia autobiografica, ma non solo un diario di viaggio. Noi, a dire il vero, l’abbiamo letto come un romanzo d’avventura. Lo stile è molto maturo, nonostante sia un esordio. Ci ha convinto, soprattutto, il modo in cui l’autrice ha saputo trattare la questione. Totalmente immersa eppure distante; lirica senza mai essere melensa; “accogliente” nell’accezione più pura del termine.”

Un libro da leggere.

Il lavoro dopo la pandemia: riflessioni su smart working e ritorno alla normalità

Quanti di voi hanno davvero voglia di tornare alla “vecchia vita” sul lavoro? Siamo tutti d’accordo che è necessario trovare il modo per convivere con il virus, tornando a comportarci in un modo più o meno normale.
Ma la pandemia ha messo in evidenza tutte le storture del lavoro moderno, che, appare chiaro, è necessario ripensare dalle fondamenta.

Prima del covid-19 la vita di un genitore-lavoratore normale, come me, era: almeno un’ora di traffico al mattino, almeno 8 ore di lavoro, incontri – alcuni piacevoli, altri molto meno – bocconi amari da mandare giù, un’altra ora e mezzo di traffico al ritorno. Restavano 4, 5 ore al massimo di tempo per la famiglia, gli hobby, la spesa, le questioni personali. Qualche ora di sonno e via, si ricominciava, in un eterno giorno della marmotta.

L’equazione maggiore numero di ore di lavoro uguale maggiore produttività, è stata disintegrata e smentita per molte professioni da uno smart working che, se bene applicato, risolverebbe moltissimi problemi con cui dobbiamo confrontarci di nuovo tutti: traffico, sovraffollamento gli uffici, mancata sanificazione degli ambienti di lavoro, sostenibilità dei processi produttivi.

Spesso, da casa si riescono a fare più cose in meno tempo. Le tecnologie permettono di garantire elevati standard lavorativi e, per molte nuove professioni, di mantenere inalterato, se non addirittura migliorare la qualità dei risultati. Call, email, chat, ci permettono di essere costantemente connessi e di lavorare 24 ore su 24, ma dall’altro lato questa modalità di lavoro liquida e dilatata, rende il lavoro diluito e permette di riappropriarci dei nostri tempi e dei nostri spazi.

Insomma, tornare alla normalità lavorativa significa anche farlo con intelligenza. Altrimenti, a cosa sarebbe servita questa pandemia?

Lo spazio tra le cose su Repubblica

Oggi “Lo spazio tra le cose” è su la Repubblica Napoli. Grazie a Pasquale Raicaldo per le belle parole e la citazione finale, a cui sono molto legato: “il bello della vita è anche questo, il suo continuo costruire e abbattere, una serie di successi e fallimenti, gioie e dolori”.
Anche Benedetta, mini lettrice curiosa, ha apprezzato molto.

Lo spazio tra le cose è su Party Magazine

Su Radio Crc con Antonio Esposito

In diretta in radio e tv su Radio Crc in compagnia di Antonio Esposito.
Abbiamo parlato un po’ del mio nuovo romanzo, Lo spazio tra le cose, e di queste settimane di letture, scritture, musica e quarantena. Da casa, ovviamente.

Buon ascolto!

In diretta su Book Advisor

Come sempre è stato per me un grande piacere essere in diretta sulla pagina di Book Advisor. Per me è senza dubbio il miglior gruppo di lettura e letteratura su Facebook, altrimenti non vi parteciperei con così grande entusiasmo e non avrei invitato decine di persone a farlo. Ringrazio Latini Marco, lettore fortissimo e sensibile, per la possibilità e Alessandro Oricchio, con lui fondatore del gruppo.

Ho parlato del mio nuovo romanzo, “Lo spazio tra le cose”, di musica, di alcuni dei miei libri del cuore e ho divagato un po’ toccando cinema e altre curiosità.
In effetti, ora che ci penso, questa è stata la mia prima presentazione ufficiale del romanzo, visto che tutta la promozione prevista per il libro è saltata..

Se volete recuperare la diretta, la trovate qui. su Facebook e sul sito di Book Advisor

https://www.facebook.com/groups/bookadvisor/permalink/1590320347811459/

Su Radio Crc

Questa mattina su Radio Crc con Giuliana Galasso e Diego Armando Maradona Jr. ho raccontato la mia esperienza durante questi giorni di quarantena, parlato di scrittura e del mio nuovo romanzo. In modo positivo e col sorriso.
In basso trovate il link per recuperare il podcast. Grazie per l’invito graditissimo in questi giorni così strani, surreali.


Buon ascolto!

Libreria Raffaello – presentazione rinviata

La situazione di emergenza che il nostro paese sta vivendo porta ognuno di noi, nel suo piccolo, a prendere delle decisioni. Non ero tranquillo nel fare la presentazione di oggi pomeriggio, 6 marzo, alla Libreria Raffaello. Abbiamo deciso, in accordo con i disponibili librai, di rinviare la presentazione di “Lo spazio tra le cose” a dopo il 15 marzo, quando tutti speriamo che la situazione sia diversa, più serena. Vi farò sapere presto la nuova data.
Intanto, in questo periodo difficile, sostenete una libreria e l’editoria indipendente. Il mio romanzo si trova sugli scaffali della libreria Raffaello a via Kerbaker, dove potrete anche scambiare due chiacchiere con il libraio Gianni, o prendere un ottimo caffè. E anche in Feltrinelli, Mooks, Colonnese al centro storico, Mondadori al centro commerciale la Birreria.
Scrivetemi in privato per maggiori info. Per la presentazione, la rifaremo presto. Promesso

 

Lo spazio tra le cose di Antonio Benforte: quando un trasloco diventa metafora del cambiamento interiore

Manca un giorno all’uscita del mio nuovo romanzo, Lo spazio tra le cose. Le emozioni sono così tante che a stento riesco a starci dietro. E arrivano anche le prime recensioni, tra queste le splendide parole di Valentina Guerra su Il Mondo Di Suk. Grazie di cuore.

“In una vicenda fatta di normalità (una famiglia, una casa, un periodo difficile) è proprio la semplicità a coinvolgere il lettore che inevitabilmente vi si può immedesimare. Chi non ha mai affrontato un trasloco e notato solo allora le crepe in un muro? Chi non ha mai vissuto momenti di solitudine e nostalgia pur vivendo un rapporto di coppia? Chi non si è mai chiesto da “ammogliato” e “sistemato”, com’è fare ancora i single durante gli -anta e viceversa chi da single non ha mai pensato a come si fa a reggere i ritmi dei figli piccoli da accudire?
Un trasloco che diventa metafora del cambiamento interiore, fare spazio tra le cose fisicamente equivale a mettere un certo ordine anche dentro di sé, cosa che non può mai essere totalmente indolore.”

Il romanzo/”Lo spazio tra le cose” di Antonio Benforte: quando un trasloco diventa metafora del cambiamento interiore