Archivio mensileSettembre 2017

La spesa

Entrò nel supermercato all’angolo con la testa alta e lo sguardo sicuro di chi sa benissimo cosa fare. Stranamente, dopo una settimana da 50 ore in ufficio, questo venerdì niente straordinario. Prese il carrello blu con le rotelle con la tranquillità di chi fa la spesa in uno stesso posto da anni, conoscendo bene tutti, scaffalisti, cassiere, addetto al banco frutta e addetto al banco macelleria, scambiando due chiacchiere allegre anche con il direttore di negozio.
Salutò con un cenno della testa il ragazzo del reparto pescheria, “mezzo chilo di vongole, Grazie. Stasera è un’occasione speciale, devo fare una sorpresa”. Il ragazzo sorrise un po’ imbarazzato, per due volte si tuffò col mestolino celeste nella vasca delle vongole e le mise nel sacchetto, con un poco d’acqua. “Se le fate questa sera, le dovete solo sciacquare un poco, sono già spurgate”. Gli fece l’occhiolino, consegnandogli il sacchetto di plastica trasparente. Al banco verdure poi prese i pomodorini, un chilo, così da tenerli anche per i prossimi giorni.

Intanto gli venne in mente che forse poteva essere carino comprare anche un mazzo di fiori, sarebbe stato, quello sì, un bellissimo pensiero.
Sfilò un pacco di spaghetti trafilati al bronzo, in offerta, dallo scaffale della pasta, e poi prese un po’ di pane, non tanto, dato che non ne mangiava poi più come qualche anno prima, ma un sughetto con le vongole quando lo prepari per bene poi che fai, non ci fai la scarpetta?
Continuò la sua spesa canticchiando e sorridendo, la settimana era finita, il lavoro andava a gonfie vele, aveva quarant’anni e si dedicava alla sua occupazione con passione smodata, crescendo nel ruolo e nelle responsabilità. Oggi in riunione, con il capoarea proveniente da Roma, si era discusso di futuri sviluppi, spostamenti di poltrone e di un suo possibile, anzi quasi scontato scatto di carriera. Lui aveva reagito a questa confidenza con la giusta dose di servilismo e ruffianeria, quel mix di atteggiamenti che non erano mai stati suoi in principio, ma che con gli anni aveva appreso per emulazione e che gli era sempre servito, nel corso degli anni, per andare avanti e superare altri colleghi anche più preparati di lui.

Bene, mentre pensava a questa bella notizia e alla sua carriera in fase ascendente, continuò nella sua spesa per l’occasione speciale. Olive bianche e nere, olio (forse a casa ne aveva, ma non voleva rischiare), una buona, buonissima bottiglia di vino bianco. Lei lo preferiva leggermente frizzante, e fu così che lo prese. Aveva tutto il tempo di metterlo una mezzora in frigo e tirarlo fuori ghiacciato per cena.

Si fermò per una trentina di secondi nel bel mezzo della corsia dei surgelati, pensando se dovesse o meno prendere qualcosa di dolce. Alla fine optò per una vaschetta di gelato, fragola e panna, lei adorava questi due gusti. Aprendo il banco frigo una folata di freddo gli investì il viso, dandogli un forte brivido. Controllò che ci fosse tutto nel carrello, con lo sguardo contò i prodotti e fece a mente il calcolo di quanto potesse venire il tutto – avrebbe usato o meno un buono pasto? – e poi si diresse con una falcata sicura alle casse. La fila era scorrevole ad entrambe, negli occhi delle persone in attesa di pagare vide tanta stanchezza e il desiderio di infilare la chiave nella toppa di casa, e rilassarsi. Qualcuno avrebbe cenato da solo, qualcun altro in una famiglia fin troppo numerosa per un operaio a fine turno. Fece passare avanti un anziano signore che aveva solo due prodotti in mano: una scatola di pelati e un pacco di penne rigate. Con la sua andatura ciondolante e il suo sguardo insicuro, quel vecchio gli fece tenerezza.

Arrivò poi il suo turno, la commessa slava era nuova, oppure lui non l’aveva mai notata in tutti questi anni. Masticava svogliatamente un chewing gum e sognava di vacanze in paesi lontani e caldi. Passò uno dopo l’altro gli alimenti che l’uomo aveva comprato per la sua cena speciale, il bip della pistola che legge i codice a barre risuonò come i battiti di un elettrocardiogramma nel supermercato ormai in chiusura. Mentre metteva gli ingredienti della sua cenetta speciale in due sacchetti prese il resto che la ragazza slava gli porse, senza guardarlo, come se non volesse avere a che fare con lui.
Ci rimase un po’ male, ma educatamente salutò e prese le sue cose, andando verso casa. La serata era troppo importante per essere rovinata da un comportamento fuori luogo.
Mentre percorreva i cinquecento metri che lo separavano dalla sua casa, ripensò alla promozione che presto lo attendeva e a come sarebbe stata importante per il loro rapporto. Lei che spesso aveva criticato il suo eccessivo zelo, che lamentava di essere trascurata, avrebbe sicuramente apprezzato il suo scatto di carriera e, banalmente, quei trecento euro in più in busta paga. “I soldi e il lavoro non sono poi tutto”, gli diceva spesso. Ma stasera forse, messa di fronte a questa bella notizia, avrebbe cambiato idea.

Fece le scale a due a due, incrociando il portiere che proprio in quel momento stava chiudendo la guardiola. Infilò la chiave nella serratura di casa ed entrò. Si allentò la cravatta e gettò la giacca sulla sedia, iniziò a cucinare. Prima di accendere i fornelli, lanciò una occhiata alla grande parete in soggiorno che conteneva tutte le foto dei loro viaggi. Italia, Europa, Stati Uniti, quante volte erano riusciti a trovare riparo dalle ansie e dalle frenesie lavorative staccando la spina e prendendo voli nazionali e intercontinentali. Quel muro ricoperto di fotografie immortalava i sorrisi e gli entusiasmi di quelle esperienze. Barcellona, Londra, New York, Lisbona, Berlino, sotto la torre Eiffel o Sull’Empire state building, ogni foto era il ricordo di un momento bellissimo e impossibile da dimenticare. L’ultimo viaggio li ritraeva sorridenti su una spiaggia di Cuba, ormai un po’ di anni fa, prima che le responsabilità aumentassero e il lavoro inglobasse tutto il resto, li facesse allontanare.

Tornò ai fornelli e Iniziò il rituale della cena. Spicchio d’aglio, olio, poi i pomodorini e le vongole che piano piano iniziarono ad aprirsi. Pensò che forse non avrebbe parlato di lavoro, almeno durante la cena. Né lavoro, né testa a fissare lo schermo del cellulare. Sarebbe stato difficile, ma ci avrebbe provato. Il telefono poggiato sul frigo lampeggiò, era lei, diceva “appena uscita dalla metro. 5 min sono a casa”. Ci aveva messo anche una faccina sorridente e un cuore. Potere degli emoticon.
Sorrise anche lui, poi spense quell’aggeggio, e mentre lo faceva si ricordò dei fiori. Non li aveva comprati, peccato, ne sarebbe uscita fuori una sorpresa a metà. Nella pentola grande attese l’acqua, che bollisse, e ci lasciò cadere dentro duecentocinquanta grammi di spaghetti. Otto minuti, al dente, e li avrebbe scolati.

Aprile 2017

“Vietato calpestare i sogni”

1.

“Vietato calpestare i sogni”: quella frase mi tornò in mente proprio mentre stava terminando il giorno. Per tutto il pomeriggio i fuochi avevano continuato a bruciare sul vulcano, senza sosta. E la sera che iniziava a calare sul paese portava con sé una spessa coltre di polvere, una cappa d’aria pesante e irrespirabile.

“Continua a bruciare” dissi io mentre entravo a marcia indietro nel vialetto dietro casa, per parcheggiare senza problemi.
“Il vulcano brucia ancora, sì” fece lei con lo sguardo annoiato, puntando gli occhi verso l’alto, alla cima arrotondata del cratere.
Aveva passato tutto il viaggio da Napoli con gli occhi fissi sul cellulare. A ogni curva che prendevo, a forte velocità, inclinava leggermente la testa a destra o a sinistra, sembrava riemergere da quella trance tecnologica, e poi ritornava, apatica, a osservare lo schermo luminoso.
Scesi anche io dall’auto e guardai verso il monte. Mi sembrava che i roghi sulla vetta stessero aumentando di intensità. Entrando in casa, seguendola a piccoli passi veloci, mi tirai velocemente la porta di casa alle mie spalle, senza però riuscire a impedire alla puzza di bruciato di insinuarsi, torbida e strisciante.

La trovai in cucina, già davanti alla tv, accesa sul tg della sera. Un giornalista evidentemente sovrappeso aveva assunto un’aria seria e contrita, per annunciare che gli incendi erano tutti di origine dolosa e che la superficie interessata dall’incendio era ormai superiore ai due km. Alcuni comitati locali avevano richiesto lo stato di calamità e alcune decine di persone erano già state costrette ad abbandonare le proprie case.
Fissava lo schermo piatto, con uno sguardo triste e gli occhi malinconici. Mi fermai alle sue spalle, avrei voluto accarezzarle i capelli, ma non lo feci.
Mi diressi verso la porta-finestra del soggiorno, ma non mi azzardai ad aprirla, per non permettere alla puzza di entrare. Il giardino all’esterno era secco, anche quello quasi bruciato a causa della mia noncuranza. Le pennellate rosse sui pendii della montagna sembravano ferite sempre più ampie.

2.

I lunghi silenzi che avevano segnato le nostre ultime settimane continuavano a farmi male. L’incredibile caldo ci impediva di respirare, e avevamo ridotto al minimo le conversazioni, come per risparmiare aria e dedicarci ad altre attività, in quel momento più importanti.
Le chiesi se avesse già ricevuto la telefonata. Alzò gli occhi dal cellulare, e scosse leggermente la testa.
“Chiameranno oggi, al massimo lunedì”, dissi sottovoce.
Annuì, poco convinta, e continuò a giocare con qualche applicazione.

Picchiettai le dita sul tavolo e presi il cordless. Non avevo idea di chi chiamare, e feci l’ultimo numero tra le chiamate ricevute. Mia madre rispose al quarto squillo, un attimo prima della segreteria. Anche lei mi chiese se ci fossero novità, ricevendo in cambio una risposta piccata e la richiesta di non domandare sempre le stesse cose. Chiameranno presto, siamo in attesa. Poi anche lei spostò il discorso sull’incendio, il vulcano, mi disse per l’ennesima volta che abitare alle pendici del Vesuvio era stata una follia, che era come stare su una pentola a pressione.
“Meglio un appartamento più piccolo ma in città”, mi disse ancora una volta.
“Sì,” risposi io, ma in realtà già non la stavo più ascoltando.
Riattaccai e accesi la radio: Napoli non merita questo, diceva un ministro, forse quello dell’ambiente. Subito dopo lo speaker fece un’altra domanda e poi congedò il politico. Concluse dicendo che avrebbero preso i colpevoli e li avrebbero consegnati alla giustizia, ma sembrava ovviamente una frase fatta senza alcun tipo di credibilità.

L’intermezzo giornalistico lasciò lo spazio a una canzone allegra, funky, che stonò in modo evidente con la gravità del tema trattato fino a due minuti prima. Alzai leggermente il volume, come per distrarmi, e la raggiunsi a letto. Durante il weekend ci prendevamo ormai molto tempo per noi, per riposare e ricaricare le pile, come diceva sempre il mio vicino di casa. La trovavo una cosa assurda, lavorare come un matto per cinque giorni e poi passarne due in casa a ricaricare le batterie, spesso senza far niente, sonnecchiando. E il lunedì di nuovo in ufficio. Era sdraiata supina con lo sguardo perso nel vuoto, le chiesi come andava, mi rispose “tutto ok”, senza troppa convinzione.
“Vedrai, chiameranno”. Mi chinai su di lei e le baciai la fronte.

3.

Odiavamo uscire il sabato sera: troppo traffico, troppi ragazzini, cibo spesso scadente rispetto al resto della settimana e parcheggio introvabile. Ma in questo caso non vedevamo l’ora di catapultarci fuori di casa. Gli incendi erano sempre più ingovernabili e stavano per raggiungere le prime case.
I canadair andavano avanti e indietro senza sosta, ma di notte non potevano agire. Era in quei momenti che il fuoco trovava di nuovo spazio, prepotente si faceva spazio tra gli alberi della macchia mediterranea distruggendo tutto. Il cielo, al tramonto, ora era completamente rosso.

Chiamammo due amici e uscimmo, senza una meta ben precisa. Mi accesi svogliatamente una sigaretta, aggiungendo catrame a quell’aria già irrespirabile.
Lei mi guardò come se avesse dimenticato che avevo ripreso a fumare, complice lo stress. Le chiesi se avesse portato le bottigliette d’acqua, piccolo aiuto per sopravvivere alla calura e alla cappa di cenere e fumo sempre più opprimente.

In auto me ne porse una, la aprii e feci un grande sorso. Pensai a quanto fosse importante l’acqua per noi, per la vita.
“Forse ti sei vestito troppo pesante” mi disse. “Magari puoi rientrare a casa e metti un pantaloncino, al posto dei jeans”.
Ci pensai un po’ su, ma avevo già acceso l’aria condizionata e non avevo voglia di rientrare.
Misi in moto e mi diressi verso Napoli, lasciandomi alle spalle le fiamme che non avevano intenzione di spegnersi.
La serata passò rapidamente, il nostro amico raccontò un paio di barzellette memorabili e mangiammo un ottimo sushi. Non ci chiesero nulla, non toccammo l’argomento. La bella serata ci fece per qualche ora dimenticare l’atmosfera tesa, i fuochi a due passi da casa e il clima sospeso di attesa e impotenza che aveva caratterizzato le nostre ultime due settimane.
Rientrammo a casa rapidamente con un fazzoletto sul naso e la bocca, ci barricammo dentro dopo aver sentito il tg notte. Eravamo così stanchi che dimenticammo l’aria condizionata accesa, e dormimmo abbracciati così stretti, non lo facevamo da tempo.

4.

La domenica passò in un lampo e il lunedì arrivò come una mannaia sulle nostre teste. Non eravamo pronti, non eravamo riposati. Il collo bloccato mi causò delle leggere vertigini per tutta la giornata.
Le giornate al lavoro passarono anonime, tornando a casa avevo la bocca impastata. Arrivai prima di lei, come spesso accadeva ultimamente. Misi su l’acqua per la pasta e un disco di Miles Davis.

Sentii la chiave girare nella serratura e quando mi voltai lei mi accolse con un sorriso, come non accadeva da tempo. Era di buonumore, si vedeva.
Avevo fumato poco durante la giornata e il suo bacio sulle labbra fu per questo ancora più gradito. Mi rinfrescò, svegliandomi da un torpore che mi ero trascinato durante tutto il giorno.
Rientrando avevo visto che la situazione sul vulcano era in netto miglioramento. Erano arrivati altri due canadair e il viavai dal mare era stato costante. Ettolitri ed ettolitri d’acqua erano stati riversati per ore sulle piante agonizzanti, dando finalmente sollievo.
L’aria stava tornando respirabile.

Ci sedemmo a tavola davanti a un bel piatto di spaghetti al pomodoro fumanti, due calici ampi di vino rosso.
Alla tv il telegiornale diede la notizia: “Incendio nel parco nazionale, preso il piromane. Incendiati 10mila metri quadrati di vegetazione, ma la situazione sta tornando alla normalità”.
In quello stesso momento squillò il telefono. Avevo dimenticato il motivetto epico e trionfante della suoneria del fisso. Corse lei a rispondere, uno scatto pronto e deciso. Portò la cornetta all’orecchio, era la telefonata che aspettava. Abbassai il volume delle tv per non darle fastidio, mentre al tg mandavano le immagini della natura provata dal fuoco, ma non ancora del tutto distrutta.

Lei mi guardò, era una buona notizia. Finalmente, sorrise.

La ragazza della fontana

Sono state settimane intense. Tagli, revisioni, commenti chilometrici, mail e telefonate di confronto. Lavorare sull’editing di un testo, dalla parte dell’autore “editato”, è una delle cose più difficili che mi sia successa.
Ma Eliana Corrado e Chantal Corrado sono state preziose e puntuali, e alla fine ce l’abbiamo fatta, abbiamo messo la parola FINE. “La ragazza della fontana”, il mio primo romanzo, uscirà a novembre per Scrittura & Scritture. Altre cose non voglio svelarle, almeno per ora. Vi aspetto in libreria!

A breve in libreria…

Sono state settimane intense. Tagli, revisioni, commenti chilometrici, mail e telefonate di confronto. Lavorare sull’editing di un testo, dalla parte dell’autore “editato”, è una delle cose più difficili che mi sia successa.
Ma Eliana Corrado e Chantal Corrado sono state preziose e puntuali, e alla fine ce l’abbiamo fatta, abbiamo messo la parola FINE. “La ragazza della fontana”, il mio primo romanzo, uscirà a novembre per Scrittura & Scritture. Altre cose non voglio svelarle, almeno per ora. Vi aspetto in libreria!