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“Confessioni di una Radical Chic pentita”

Conosco Serena da una vita. Siamo amici da sempre, ho seguito le sue avventure in tv e non solo. E sono molto felice di questa sua pubblicazione, inaspettata e a prima vista molto interessante.

E’ il suo primo libro e non vedo l’ora di leggerlo. So che, in qualche modo, riguarda anche me e un passato di vita lavorativa che ora vedo per fortuna molto distante. Brava Serena, scrivere di sè e sempre coraggioso, quindi complimenti.

Autrice, redattrice, copywriter, per oltre dieci anni Serena Di si è divisa tra studi televisivi e radiofonici, redazioni di quotidiani e riviste, agenzie pubblicitarie, set cinematografici, sottoscala, salotti, open space, brainstorming e interminabili file agli aperisushi, percorrendo sulla sua fedele Smart le strade del Belpaese da nord a sud e viceversa. “Confessioni di una Radical Chic pentita” è il suo primo libro, un resoconto dettagliato e tragicomico degli anni trascorsi tra precariato e sogni di gloria, che anche quando si avverano riservano amare sorprese. Una storia d’amore e di speranza, un viaggio che parte con la ricerca delle luci della ribalta e arriva fino all’incontro con Dio, che le ha cambiato la vita.”

Festa del papà

Ed è proprio vero che cambia tutto.

Ti piace anche una “festa comandata”

come quella del papà.

Perché ora sei papà

sei un modello da seguire,

anche se fino a ieri ti sentivi

poco più di niente.

Sei un comico che fa ridere sempre

anche se dice soltanto Bu!

nascosto dietro una tenda.

Sei il più forte di tutti

perché con le tue braccia fai volare in alto

mentre voli anche tu, girando in tondo.

Hai mani grosse e capaci

per aprire un biberon

e prendere giochi in alto, irraggiungibili.

Sei il più intelligente

perché sai cambiare i canali

e mettere i cartoni giusti

perché sai fare una torre alta di costruzioni

alta fino al soffitto, fino al cielo.

Sei il più bravo

Perché sai cucinare la pappa al pomodoro

aprire la busta di patatine

gonfiare le bolle di sapone

fare tante cose, così importanti ora!

Sei il più comodo

pancia-cuscino su cui dormire

fianco morbido su cui vedere la tv.

Sei da abbracciare

sei da inseguire per casa

sei da coccolare

sei tutto, negli occhi di chi è nato da te

e a te guarda con occhi innamorati.

Sei quattro lettere splendenti

parola scolpita nel cuore

sei Papà.

Il panettiere di Milano

In questi giorni, non so perché, ho ripensato un paio di volte al panettiere che aveva un piccolo negozio sotto casa nostra, a Milano. Ormai una vita fa. Stanotte credo di averlo sognato. Era egiziano. Se non sbaglio, dato che sono passati più di dieci anni, mi pare si chiamasse Amir. Era un cristiano copto, una volta mi disse che era quasi scappato con moglie e figli dall’Egitto e sentiva Milano la sua vera casa. Aveva vissuto tante sofferenze, partendo dal nulla, ma ora si sentiva realizzato. In una città in cui non mi sono sentito quasi mai “a casa”, comprare il pane e le focacce da lui era una piacevole routine quotidiana. Aveva una grande croce dorata appesa al muro alle sue spalle e dei grandi occhi profondi, all’apparenza sempre allegri. Io ci ho sempre visto però, anche un velo di tristezza. Ogni tanto scorgevo suo figlio piccolo in un angolo dietro di lui, intento a fare i compiti. Quando mi alzavo di notte per andare a bere – verso le 3, le 4 – sentivo sempre i rumori delle sue macchine per impastare il pane. Per gran parte del giorno era lì, dietro il bancone, e aveva un gesto gentile nei confronti di tutti. Alle volte dopo aver comprato un pezzo di pane e due dolcini diceva “Sciao, bell’uomo!” e mi salutava con la mano mentre andavo via. Nessuno più mi ha chiamato “bell’uomo” in un negozio, e non soltanto perché bell’uomo non sono. Non so perché ho ripensato a lui in questi giorni, forse una forma di nostalgia per la nostra vita precedente (altra città, altro lavoro, altro stile di vita). Quando e se torneremo a Milano, con mia moglie e mia figlia, anche se il suo piccolo negozio non era proprio in centro, passerò a salutarlo. Chissà se si ricorderà di me. Io di lui, della sua storia e dei suoi sacrifici, non mi sono dimenticato.

Conversazione con un alieno

Ieri sera scendo a buttare l’immondizia. A un certo punto, nel buio di fine inverno, un lampeggiare di fari mi abbaglia. No, non sono fari. È una navicella spaziale.

Fa una manovra rapida, con uno sbuffo di polvere e vapori scende giù in picchiata, a poche decine di metri da me. Che stropiccio gli occhi, più volte, senza credere a quello che sto vedendo.

Dalla cabina triangolare scende un alieno smilzo e azzurrognolo. Sarà alto due metri, con la testa enorme. Si avvicina e parla.

Lo capisco benissimo, conosce la mia lingua.

– No, non è vero che parlo la tua lingua, cretino – mi dice – ma noi cittadini di swalazafili, parliamo lo swalazasafilese, ma quando facciamo i nostri viaggi intergalattici portiamo sempre dei comodi traduttori intergalattici. Per questo tu mi capisci, e io capisco te.

– Ah, bene – faccio io, mentre i suoi due grossi occhi gialli e acquosi mi fissano e studiano ogni mio movimento. Sembrano due pesche succose appena sbucciate.

– Stiamo facendo una ricognizione spaziale, ogni tanto noi swalazafiliani ce ne andiamo in giro per le galassie alla ricerca di nuovi pianeti da conquistare e sottomettere.

– Ok – rispondo io, gettando l’umido nel contenitore verde.

– Ti faccio qualche domanda allora,se non ti dispiace.

Annuisco. Tanto l’immondizia l’ho già buttata e Un posto al sole ancora non è iniziato.

– Vorremmo conquistarvi, partendo proprio da questa porzione di terra. Abbiamo visto si chiama Italia, e dai nostri studi sembra essere una delle nazioni più belle di quello che voi chiamate Pianeta Terra. Confermi?

– Beh – faccio io – certo è bella, l’Italia, ma insomma dovendo scegliere e ripartire da zero non so se ci vivrei.

– Come mai?

– Gli italiani sono un po’ strani… Nell’ultimo periodo, poi, stanno dando il meglio di sé stessi.

– Spiega meglio. Prima di colonizzare la terra partendo dall’Italia dobbiamo capire tutte le questioni in ballo. È importante, per noi.

– Capisco. Prendi l’ultimo anno, la pandemia.

– La cosa?

– La pandemia…

– Non capisco.

– Forse il traduttore dalla tua lingua non è aggiornato con tutti i lemmi necessari per un viaggio intergalattico. Siamo in pandemia da un anno, in Italia e nel mondo. In pandemia.

Scandisco bene la parola. Una sillaba dopo l’altra. La mia lingua che si posa delicata sul palato.

– Ah, ok. Va bene, aggiornerò il sistema. E che significa?

– C’è una orribile malattia che sta facendo tanti morti. Molti di questi, sono gli anziani. I nostri genitori, i nostri nonni.

– Ah, ora è chiaro. Anche noi abbiamo spesso di queste cose, sul nostro pianeta. Ci sono dei vermi abominevoli grandi svariate decine di metri che ti mordono e se non ti staccano la testa, ti infettano con un morbo che ti brucia le carni dall’interno…

– Beh, a noi in realtà è un’influenza, ma molto più grave. Può degenerare in polmonite in alcuni casi e sta facendo un bel po’ di morti…

– Ok, capisco. Spiegami meglio…

– è iniziato tutto proprio un anno fa almeno in Italia. Il virus veniva dalla Cina.

– Cina?

– Si un altro paese, molto distante da qui… Lì mangiano con le bacchette, conosci? Vabbè non importa. Da lì poi si è diffuso in tutto il mondo.

– Ma ora è finita, questa malattia?

– Aspetta, ti spiego meglio. All’inizio ci siamo chiusi in casa per evitare di diffondere il virus.

– Bravi, avete fatto bene…

– Non abbiamo mica deciso noi… Ci hanno obbligato a chiuderci in casa, altrimenti la gente se ne stava al bar a prendere lo spritz e lamentarsi che sennò non poteva uscire. Anche quelli che di solito stavano tutto il giorno spalmati sul divano volevano andare in giro a fare shopping.

– E come mai vi hanno dovuto obbligare? Le vostre case sono così brutte che non volete starci dentro?

– No no anzi…abbiamo tutti i comfort…

– E allora non capisco.

– In molti hanno iniziato a sbraitare, a parlare di una dittatura sanitaria, a dire che il virus era costruito in laboratorio, che non esisteva affatto… Se la sono presi Con tutti quelli che scendevano con i cani, quelli che andavano a correre… Quelli che erano costretti ad andare al lavoro.

– Non ti seguo…

– Si lo so, ti sto spiegando male. Ma non è semplice da riassumere, ed era per dirti che la gente a casa non voleva starci, ma poi alla fine c’è stata. Abbiamo visto un sacco di serie TV, mangiato pizze, cantato dai balconi… Un mio amico faceva 10 kg di pane al giorno.

– ???

– Dai balconi sì, canti balli chitarre… Bello.

– E così ne siete usciti.

– nooooooo, che dici. Poi è arrivata l’estate.

– e allora?

– Beh, la vacanza no? Tutti al mare, balli, aperitivo alla sera sul mare, le foto per Instagram iniziavano a scarseggiare… Per due mesi abbiamo fatto un po’ come cazzo ci pareva.

– E poi?

– Contagi di nuovo impennati. Una curva che cresceva. Uh, se cresceva.

– Ah.

– Sì sì… E poi non ti dico. Si è iniziato a parlare di vaccino, ma i NoVax hanno detto ‘ma senza sapere cosa c’è nel vaccino io non mi sparo nulla in vena’, magari fumando una sigaretta dopo essere andati a mangiare al McDonald’s. E poi intanto anche la mascherina è tornata obbligatoria e sono arrivati i noMask a dire ‘non ci obbligherete a indossare un pezzo di stoffa sulla faccia’…

– Non è che ti spieghi proprio bene…

– Sono successe così tante cose in quest’anno sto provando a farti una sintesi… Mica è facile!

– Ok…

– Ok. Continuo?

-Continua.

– Intanto il vaccino è arrivato. Però i ragazzi che prima non andavano a scuola e restavano a casa e poi andavano a scuola coi banchi a rotelle e poi sono tornati a fare lezione da casa, hanno iniziato a protestare perché volevano andare a scuola e tornare a vivere…

– …

– E intanto però la parte produttiva del paese non si è fermata. In fabbrica ci sono andati tutti a prendersi il virus, nelle metro affollate, negli uffici in 5 in 10 mq…

– E poi?

– Però i bar sono rimasti chiusi. Anche i ristoranti. Poi i bar aperti al mattino e chiusi la sera. I ristoranti ok a pranzo e poi dopo le 18 solo da asporto… poi aperti a singhiozzo. Poi hanno detto che aprivano e il giorno prima hanno bloccato tutto.

– Mi sto perdendo di nuovo.

– Lo so, ma non è facile da spiegare. Però sto provando a dirti le cose come stanno. Volete invadere l’Italia, no? intanto, il nostro premier andava spesso in TV la sera a dirci che la situazione peggiorava, poi migliorava, poi peggiorava… Era diventato un bell’appuntamento, accendevi la TV e sapevi che le regioni cambiavano colore, che le misure diventavano più o meno stringenti…. Regioni colorate coi pennarelli. Siamo come tornati bambini con gli album da colorare.

– Quindi poi le cose hanno iniziato ad andare meglio.

– Macché! Tutti hanno iniziato a fare un po’ come volevano, si erano stancati… i medici e gli infermieri che a marzo erano eroi, hanno iniziato a prendersi pure degli insulti… Una roba che non ti dico. Ah, poi nessuno controllava più.

– Ma che c’entra, non seguivate le regole?

– Se nessuno controlla, in Italia, le regole? Ma che vieni, dallo spazio? Ah sì… vieni dallo spazio. Eh no, noi senza i controllori le regole non le seguiamo.

– Ah

– Ti spiego meglio. C’è la regola di non assembrarsi, ma a Milano o sul lungomare di Napoli o in centro a Roma, è una bella giornata… La gente se non le vieti esplicitamente di fare cose fa un po’ come vuole, baci, abbracci, balli, discoteche cocktail, sesso per strada, slinguazzamenti vari… Sì lo so, a te che vieni dallo spazio la cosa non torna, manco tanto a me… Ma tant’è. Con la polizia, discorso diverso.

– La polizia?

– Sì, le forze dell’ordine a controllare…

– E non ce le mettete?

– Non ce ne sono abbastanza per controllare tutti, ma le regole, in teoria, dovrebbero bastare da sole.

– Inizia a farmi male la testa… Non so se questo è il posto giusto da colonizzare…

– Ma aspetta, non è ancora finita! Sono iniziati i vaccini. Dei novax ce ne frega poco, guarda non te ne voglio neanche parlare, anche se li obbligherei a vaccinarsi a calci in culo.

– Il vaccino?

– Sì, hanno scoperto a tempo di record come fare a non farci ammalare facendoci una o due punturine. prodigi della scienza, siamo fortunati, in meno di un anno ce l”hanno fatta. Roba fantascientifica. Solo che in Italia va tutto molto a rilento, sai, organizzazione, burocrazia… Hanno preferito allestire eleganti padiglioni a forma di primula e fare campagne di comunicazione, invece di partire spediti e vaccinare quante più persone possibile.

– E ora?

– Eh, bella domanda… ne vacciniamo neanche due milioni al mese, siamo più di 60 milioni qui in Italia, fatti due calcoli… prima del 2023 non ne saremo fuori. Poi ci sono polemiche ogni giorno. Vacciniamo prima gli anziani, prima i giovani, prima le categorie che producono… ma basta che andiamo di fretta, dico io! O no? Anche se adesso abbiamo avuto una settimana di Sanremo, quindi tutto sospeso per parlare di Amadeus, Fiorello, Orietta Berta e i Maneskin… Hanno vinto l’oro, sai? Intanto sta per arrivare la primavera, poi l’estate, di nuovo si riverseranno tutti in strada, come fare a bloccare una popolazione così stupida e incapace di rispettare le regole?

– Guarda, non lo so ora come ora. Mi hai fatto venire un mal di testa. E la mia è una testa così grande, credimi, non è proprio piacevole avere mal di capoccia con un testone come il mio.

– Capisco, capisco, anche io quando ho una giornata di lavoro pesante ho la testa che mi scoppia. E senti, allora inizia a fare freddo qui, io sono sceso in ciabatte e tuta a buttare l’immondizia. Valuta se è il caso, prendete le vostre decisioni. Se colonizzarci o meno. Io rientro, ok?

– Sì dai, ci pensiamo un po’ su e riferisco ai miei superiori. A naso, mi pare che stiate belli incasinati già di vostro. Magari vi invadiamo l’anno prossimo, se le cose vanno meglio, ok?

– Ok. dai, spero di rivederti, magari avranno vaccinato anche me, nel 2022 o nel 2023… Una bella invasione aliena, con calma, me la farei con piacere.

L’alieno smilzo e alto, con la sua andatura dinoccolata e la testa enorme, rientra nella sua navicella visibilmente scosso, scuotendo la testa. Io ho provato a raccontargli tutto quello che è successo durante gli ultimi 365 giorni, spero di non aver dimenticato niente.

Sinceramente, l’ho visto un po’ sconvolto. Mi sa mi sa che alla fine non ci invadono.

Incontro con Girolamo Grammatico

Come papà di una bimba piccola, ogni giorno so di dover fare un importante allenamento. Mi alleno a diventare un papà “imperfetto”, come direbbe il mio amico Girolamo Grammatico. E proprio con lui questo venerdì alle 18 parleremo del suo secondo libro, Padri e figlie, e proveremo ad “allenarci alla parità di genere”. Grazie a Tells Italy e Villa Fernandes per avermi coinvolto.

RUST – Luca Dalpozzo Quintet

Ho ascoltato con piacere “RUST” a cura del giovane Luca Dalpozzo accompagnato dal suo nuovo quintetto.   

Nusica.org si distingue sempre per l’altissima qualità delle sue pubblicazioni e lo spessore dei suoi musicisti. Qui abbiamo Rust, un bel disco variegato e ricco di contaminazioni. Il bassista Luca Dalpozzo classe 83 suona con Frank Martino (chitarra & live electronics) Manuel Calumi (sax contralto) Giulio Stermieri (pianoforte) e Marco Frattini (batteria).

Le tracce sono molto interessanti, a partire da Enter Ukiyo-E che apre il disco e mescola elettronica, improvvisazione, addirittura nella parte centrale suoni che sembrano provenire dallo spazio. Si va dalla più classica Alamar alla delicata ed evocativa Drew a Dream. Quasi etnica la traccia Swirl, morbida e sognante Upward Drop. Grande spazio ai momenti solisti, organizzati con grande cura. Originale la mescolanza di elettronica ed acustica, e quello che colpisce di più è la grande varietà di sonorità e suggestioni. In generale, 7 composizioni di grande livello.

Le parole di Delpozzo chiariscono anche meglio alcune coordinate extramusicali: “Una delle principali ispirazioni extra-musicali dell’album – racconta Luca- prende forma tra fine 2018 ed inizio 2019 con la visita alla mostra “Oltre l’Onda” al Museo Archeologico di Bologna, dove ho potuto tuffarmi nelle opere di Hokusai ed Hiroshige. È proprio questa “raffigurazione del mondo fluttuante”, l’atmosfera di movimento, forza/quiete, atemporalità, colori ed assenza di gravità ad aver ispirato il disco; tema conduttore delle varie composizioni e relativi arrangiamenti, in particolare relativamente alle timbriche, ai colori modali degli accordi ed alle melodie più cromatiche.”

Trump e il blocco dei social network

Il punto non è tanto il blocco degli account di Trump. Il problema è l’uso selvaggio delle piattaforme social che da anni ha inquinato il linguaggio politico e la sfera pubblica in modo irreversibile. Populismo e fake news sono state il punto fermo di tutti gli anni di presidenza Trump, e il bavaglio ai suoi deliri è arrivato anzi troppo tardi. Perché, potrei sbagliarmi, il mondo dei social non dovrebbe essere tanto diverso da quello reale.

Per la politica sembra invece un territorio senza legge in cui tutto è concesso. Si dovrebbe sempre rispettare le regole, non mentire in continuazione, non lanciare messaggi di odio, rilanciare teorie complottiste e, se possibile, non incitare ad assaltare il Campidoglio mettendo in dubbio l’esito delle elezioni. Se ciò viene fatto, oltre alle conseguenze legali credo sia da mettere in conto anche la rimozione degli account. Il paragone con altri mezzi, TV in primis, non regge. Perché in un programma TV c’è un presentatore a moderare, che dovrebbe essere garanzia di un’informazione più controllata. Sulla carta stampata, il giornalista si fa carico della qualità delle fonti. Sui social invece, senza alcun tipo di mediazione, il messaggio arriva senza filtri da uno a milioni di persone. Il politico può inventarsi qualsiasi cosa senza contraddittorio.

La distorsione delle informazioni e la propaganda, da sempre esistite, oggi trovano nuove e più subdole modalità di diffusione. Il sistema è in divenire e il blocco degli account di Trump crea un nuovo, importante precedente. Nessuno può sapere dove ci porterà. Ma dopo l’assalto di Capitol Hill, nulla più può sorprenderci.

La simmetria dei desideri, Eshkol Nevo

Un gruppo di amici guarda la finale dei mondiali di calcio nel 1998. sono Yuval, Churchill, Ofir e Amichai. Vivono a Tel Aviv, sono compagni da sempre. Amano e il calcio e per scherzo si inventano un giochino, proprio durante la partita: tutti e quattro scriveranno su un foglietto i propri sogni e alla prossima finale del mondo si rincontreranno, amici più di prima, per vedere se si sono realizzati.Da questa idea parte La simmetria dei desideri di Eshkol Nevo. Sin dalle prime pagine sappiamo che abbiamo tra le mani, in realtà, il romanzo in prima persona del narratore Yuval, editato da Churchill e pubblicato dal padre di Yuval tipografo. E lui che fine ha fatto? Lo scopriamo a poco alla volta tra le pagine di questo delicato romanzo.Ci addentriamo nelle vite dei quattro personaggi, così diversi tra loro, e così uniti, da una forte e indissolubile amicizia. Un gruppo coeso che ha vissuto insieme la scuola, poi l’esercito, poi la vita quotidiana, con lavori, amori, delusioni e morte.A poco alla volta capiamo bene l’equilibrio in questo gruppo: Yuval è introverso e innamorato di Yaara; Churchill, avvocato e trascinatore, è il leader; Ofir è un pubblicitario annoiato; Amichai è l’unico sposato, con una moglie noiosa e due gemelli.Le vite dei quattro protagonisti, come prevedibile, subiranno inaspettati cambiamenti nei quattro anni tra un mondiale e l’altro.Donne, amori, lavoro, drammi e momenti felici. Il calderone delle loro vite è destinato ad arricchirsi di ingredienti inaspettati.Bellissima la scrittura di Nevo, delicata e incisiva allo stesso tempo. Con la simmetria dei desideri delinea una meravigliosa storia di amicizia tra un gruppo di ragazzi cresciuto insieme sin da piccoli. La storia che racconta è in un certo senso universale, perché i personaggi vivono vicissitudini drammatiche ed emozionanti che potrebbero capitare in effetti a ognuno di noi. E quello che sorprende è la capacità dello scrittore di analizzare sentimenti e dinamiche interne di questa amicizia, che vive tanti scossoni ma, avendo fondamenta salde, non finisce mai per dissolversi.Ogni personaggio, nei quattro anni, vive un enorme cambiamento. È come se leggessimo quattro romanzi di formazione condensati in un solo libro.L’effetto finale è molto ricco. Il libro è costellato di aneddoti e microstorie, sottotrame e divagazioni leggere, divertenti, spiazzanti.L’autore racconta queste quattro vite israeliane così normali ma in fondo così speciali. Ci si affeziona a tutti, procedendo nella lettura è come se si entrasse a fare parte di questa comitiva di amici, facendo il tifo una volta per l’uno e una volta per l’altro.La simmetria dei desideri è un libro che ci parla di amicizia, amore e speranza. Senza dimenticare affetti, debolezze e paure. Sono tutti questi elementi, forse, a creare una simmetria dei desideri che cerchiamo tutti di raggiungere nella nostra vita, dalla nascita fino al nostro ultimo respiro.

Girolamo Grammatico, Padri e figlie

Ho conosciuto Girolamo Grammatico all’inizio di quest’anno. O meglio, all’inizio di quest’anno ho avuto il piacere di leggere il suo primo libro sulla genitorialità: #Esserepadrioggi, manifesto del papà imperfetto. Quella lettura mi aveva impressionato per freschezza, originalità e qualità dei temi.

Poi ho avuto anche l’onore, qualche mese fa, di presentare con Satya Marino il suo libro a Villa Fernandes, Portici. Durante la cena, Girolamo mi aveva detto che stava arrivando un secondo capitolo di questa nuova manualistica sui papà.

Ed ora eccolo qui, infatti, il suo nuovo libro: Padri e figlie. Sottotitolo, Allenarsi alla parità di genere.

Come il suo primo libro, Girolamo scardina certezze e gioca con le normali insicurezze che attanagliano tutti i papà. Ma in questo caso, fa uno step ulteriore, ancora più difficile. Cerca di allenare lo sguardo e la mente alla parità di genere, e non è affatto cosa facile.

Imposta il libro come il suo precedente: workout, veri e propri esercizi; racconti personali; riflessioni di carattere più puramente sociologico-psicologico.

Il risultato è sorprendente: io lo sto leggendo in questi giorni, e già sto iniziando ad allenarmi.

Le righe nere della vendetta di Tiziana Silvestrin – nuova edizione

Uscito in una nuova edizione un bel romanzo storico di un’autrice che stimo molto. Tiziana Silvestrin è una voce molto originale nel panorama letterario italiano, ed è l’unica scrittrice italiana ad aver scritto una saga sui Gonzaga con al centro le inchieste del Capitano di Giustizia Biagio Dell’Orso.

Arriva allora una nuova edizione di Le righe nere della vendetta con una accattivante copertina.

Mantova 1585. Alla corte dei Gonzaga una torrida estate porta con sé aria di morte e di oscure superstizioni. Biagio dell’Orso, affascinante capitano di giustizia, viene svegliato a notte fonda: l’architetto Vannocci è stato assassinato nel suo studio; sul pavimento, in mezzo ai colori, il disegno di una pianta rigata col nero. Intanto, in città si aggirano le cappe nere dei domenicani: l’inquisitore Giulio Doffi sta aspettando il momento opportuno per condannare senza processo una giovane strega. Biagio dell’Orso, sebbene molto stimato a corte, non è ben visto dalla Santa Inquisizione. Non ama le prepotenze né i compromessi, ma la sua irruenza viene tenuta costantemente a freno da Marcello Donati, prudente consigliere ducale. La morte dell’architetto fa riaffiorare il passato del famoso pittore di corte Giulio Romano, portando il capitano ad indagare anche nella Firenze medicea e nella Venezia della sua amata Rosa. Cercare di salvare un’innocente dal rogo, invece, lo costringerà a scomode scelte.