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Libreria Raffaello – presentazione rinviata

La situazione di emergenza che il nostro paese sta vivendo porta ognuno di noi, nel suo piccolo, a prendere delle decisioni. Non ero tranquillo nel fare la presentazione di oggi pomeriggio, 6 marzo, alla Libreria Raffaello. Abbiamo deciso, in accordo con i disponibili librai, di rinviare la presentazione di “Lo spazio tra le cose” a dopo il 15 marzo, quando tutti speriamo che la situazione sia diversa, più serena. Vi farò sapere presto la nuova data.
Intanto, in questo periodo difficile, sostenete una libreria e l’editoria indipendente. Il mio romanzo si trova sugli scaffali della libreria Raffaello a via Kerbaker, dove potrete anche scambiare due chiacchiere con il libraio Gianni, o prendere un ottimo caffè. E anche in Feltrinelli, Mooks, Colonnese al centro storico, Mondadori al centro commerciale la Birreria.
Scrivetemi in privato per maggiori info. Per la presentazione, la rifaremo presto. Promesso

 

Lo spazio tra le cose di Antonio Benforte: quando un trasloco diventa metafora del cambiamento interiore

Manca un giorno all’uscita del mio nuovo romanzo, Lo spazio tra le cose. Le emozioni sono così tante che a stento riesco a starci dietro. E arrivano anche le prime recensioni, tra queste le splendide parole di Valentina Guerra su Il Mondo Di Suk. Grazie di cuore.

“In una vicenda fatta di normalità (una famiglia, una casa, un periodo difficile) è proprio la semplicità a coinvolgere il lettore che inevitabilmente vi si può immedesimare. Chi non ha mai affrontato un trasloco e notato solo allora le crepe in un muro? Chi non ha mai vissuto momenti di solitudine e nostalgia pur vivendo un rapporto di coppia? Chi non si è mai chiesto da “ammogliato” e “sistemato”, com’è fare ancora i single durante gli -anta e viceversa chi da single non ha mai pensato a come si fa a reggere i ritmi dei figli piccoli da accudire?
Un trasloco che diventa metafora del cambiamento interiore, fare spazio tra le cose fisicamente equivale a mettere un certo ordine anche dentro di sé, cosa che non può mai essere totalmente indolore.”

Il romanzo/”Lo spazio tra le cose” di Antonio Benforte: quando un trasloco diventa metafora del cambiamento interiore

 

Lo spazio tra le cose su Live – Performing & Arts

Quando il tuo libro ancora non è uscito (arriva il 5 in libreria), ma c’è già chi non solo lo legge, ma addirittura ne scrive in modo così appassionato e originale, cogliendo sfumature e riferimenti musicali, non puoi fare altro che leggere rapito, restare a bocca aperta, e ringraziare di cuore. Marina Indulgenza su Live – Performing & Arts!

“Tra scatoloni da riempire, ricordi che affiorano, vecchie foto e disquisizioni sul tempo che passa e che non tornerà più, il romanzo si può idealmente dividere in sei momenti scanditi dalla musica che Paolo “sceglie” per ciascuna tappa del suo ideale e personale viaggio.

«Un viaggio dello spirito attraverso la materia», per citare “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa.

Un percorso che il giovane uomo intraprende senza mai spostarsi dalle quattro mura di una casa sempre più spoglia della sicurezza degli oggetti ma che, un po’ alla volta, si riempie di nuove consapevolezze.”

Qui l’articolo completo: https://www.musicaeculturamagazine.it/2020/02/27/lo-spazio-tra-le-cose-un-viaggio-interiore-tra-musica-oggetti-e-ricordi

Santi, poeti, commissari tecnici di Angelo Orlando Meloni. 

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro” così scriveva Pier Paolo Pasolini, come sempre intercettando perfettamente una profonda verità all’interno della società in cui viveva.

Non so se e in che maniera influenzato dalla riflessione di PPP, Angelo Orlando Meloni ha imbastito questa originale raccolta di racconti lunghi a tema calcistico. Ma qui non si parla solo di calcio. In questi racconti ci sono sogni, passioni, storie comuni e meno comuni, un bel po’ di Sicilia, e sono scritti con uno stile ironico e ricchi di personaggi memorabili. Il libro, pubblicato da Miraggi Edizioni, potrebbe riuscire a conquistare anche i non amanti del pallone. Sì, perché Meloni scrive bene, ha nelle sue corde diversi stili e registri, e riesce ad appassionare il lettore, in ognuno di questi sei racconti che compongono la raccolta. 

Nel primo, lungo racconto che dà il titolo al volume, l’autore immagina una squadraccia di periferia che non vince una partita manco per sbaglio, ma che grazie all’intercessione della beata Serafina inizia a ingranare. Con i suggerimenti dati al parroco del paese la squadra riesce addirittura a vincere il campionato, sorprendentemente. È il calcio, con i suoi palloni di cuoio sgangherati e i campi di periferia polverosi, a farla da padrone. Il gioco del calcio è il sottile filo che unisce tutti questi ironici, scanzonati e divertenti racconti. Si passa dalla Serie A che rischia la catastrofe a causa dell’ex moglie di un dirigente invischiato con il calcio minore, al racconto di un centravanti alcolizzato che prova a trascinare la sua squadra nel calcio di un certo livello. Nel racconto “Il campionato più brutto del mondo” è appunto il capriccio di una donna a far tremare tutti, e solo una serie di incredibili eventi riuscirà a salvare la serie A. Il racconto “L’aeroplano” è rocambolesco e divertente, con Peppino Petrolito detto “Flashgordon” e Nino “Emozione”, la città di Siracusa e una partita di calcio, Inter Ternana, sullo sfondo. Mentre “Ode al perfetto imbecille” è probabilmente quello più realistico di tutti: la storia di un giovanissimo e bravissimo calciatore, che però non trova spazio in squadra perché non è “raccomandato”, quindi si vede passare davanti il figlio dell’avvocato di turno. Non si premia il talento ma la raccomandazione. Non è questa la fotografia perfetta della nostra società?

La bravura di Meloni sta nel parlare di calcio per non parlare solo di calcio, ma dell’Italia tutta: delle sue storture, dei suoi mali, dei suoi personaggi miseri ma anche dei lati positivi che il nostro popolo, alle volte, riesce a tirare fuori. Il suo libro è ironico e scritto con grande capacità di coinvolgere e di tenere incollati alle sue pagine, grazie a storie e personaggi leggeri ma allo stesso tempo in grado di creare grande empatia nel lettore.

Non ci sono note stonate e anzi tutti i sei racconti sono di pregevole fattura. Il tono tragicomico e scanzonato che pervade l’intera raccolta, è solo uno dei punti di forza di questo libro, che dopo averci fatto sorridere ci fa riflettere, magari con un sorriso a mezza bocca, gli occhi tristi e malinconici. Per chi come noi ha vissuto le curve, l’emozione di vedere 22 scalmanati in pantaloncini rincorrere un pallone, è chiaro che non si tratti affatto del nuovo oppio dei popoli. Ma è una questione molto importante, uno dei motivi per cui vale la pena vivere. 

Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa, dove lavora nella libreria storica della città. Ha scritto i romanzi Io non ci volevo venire qui, Cosa vuoi da grande (Del Vecchio) e La fiera verrà distrutta all’alba (Intermezzi).

Intervista a Run Radio

La scorsa settimana ho fatto un primo passaggio in radio come anticipazione per iniziare a raccontare il mio nuovo romanzo “Lo spazio tra le cose”

Ai microfoni di Run Radio, all’interno del programma #Booklovers spazio dedicato ai lettori e ai libri, ho svelato i primi dettagli su Paolo e Marta, il loro trasloco e la loro storia d’amore.

Girolamo Grammatico, #Esserepadrioggi, Manifesto del papà imperfetto

Girolamo Grammatico, in #Esserepadrioggi, Manifesto del papà imperfetto, realizza un’opera utile a tutti i papà o agli aspiranti padri. Un libro che ribalta le prospettive sulla genitorialità, scardina cliché, offre spunti utili e consigli.

“A Gaia e Gioele, perché mi hanno partorito, nutrito e completato.” Partirei da questa dolce e delicata dedica iniziale per capire l’importanza di questo volumetto agevole e interessante. Un libro che apre la mente e aiuta ad affrontare la paternità in modo diverso.

“Uno dei paradigmi che più ha minato le fondamenta della genitorialità è stata l’idea del “buon genitore”. Non perché sia sbagliato essere un “buon genitore”, ma perché vivere con quest’aspettativa rischia solo di indebolirci e logorarci.” scrive Girolamo nell’introduzione al volume. Mi ci sono rivisto in pieno. Chi affronta la paternità, specie per un primo figlio, si trova spaesato, spiazzato. Ma chi decide cosa è un “buon genitore”? Girolamo Grammatico riflette sul ruolo del genitore e su una sorta di ribaltamento di prospettiva. E riesce a rendere più consapevole il papà sul suo ruolo, con un lavoro continuo che chi diventa genitore deve mettere in atto non per diventare perfetto, ma per migliorarsi un po’ alla volta, come in un costante esercizio fisico.

Il libro è snello e agevole, così diviso: ogni capitolo inizia con un breve racconto autobiografico dell’autore, che parla con le figlie. Dopo si trova testo di coaching sulla paternità e poi si chiude con un allenamento chiamato “workout”, alla fine del quale l’autore segnala uno o più libri dell’infanzia che hanno attinenza con l’argomento trattato nel capitolo.

Il libro, volendo citare l’autore, “è un programma di allenamenti filosofici pratici e non solo, anche e soprattutto legati alle posture dell’essere padre, ovvero a quei modi di guardare e predisporsi alla paternità che partono dall’intenzione interiore.”

Dalla lettura di questo volumetto si comprende soprattutto che non si potrà mai diventare papà perfetti, ma si potrà certo sempre cambiare e migliorarsi. Grammatico guida i papà all’interno di piccole e grandi questioni genitoriali con grande ironia e concretezza.

Leggendo gli aneddoti che riguardano Girolamo, ci si immedesima spesso. È un libro davvero adatto a tutti, a tutti i papà che si sa, non saranno mai all’altezza delle aspettative, ma possono imparare a convivere con l’imperfezione. Con spirito positivo, allenamento, azioni concrete.

Un esempio dell’essere papà imperfetti seguendo il testo di Grammatico: “Il papà imperfetto quindi non chiede solo “come stai?” ai suoi figli o “che cos’hai fatto oggi?”, perché sono domande così vaghe che otterrebbero risposte vaghe. Un papà imperfetto cerca le parole giuste per attivare il potere del racconto nei suoi figli partendo da ciò che vede e sente. Così la prima domanda diventa “ti vedo crucciato, hai un pensiero brutto che abita dentro la tua testa?” e la seconda domanda si trasforma in “mi racconti la cosa più bella che hai fatto oggi? Con chi l’hai vissuta? Perché è stata questa la più bella e non un’altra?”. Il papà imperfetto si informa su tutti i personaggi che abitano le storie dei propri figli e chiede di tal compagno o compagna, di tal amico o amica, della maestra o della signora del forno dove si acquista la buonissima pizza bianca che prendiamo per merenda. Così, racconto dopo racconto, prende forma un cosmo incredibile dove ognuno ha un posto e può esprimere se stesso e immaginarsi.”

 

Girolamo Grammatico è un life e business coach che si occupa anche di genitorialità. Questo è il suo primo libro di coaching.

Lo spazio tra le cose, in arrivo

Sono stati giorni importanti, giorni di editing e commenti ai margini del testo. Di revisioni e tagli netti. Scrittura e riscrittura. Giorni di scelte.
Abbiamo finito, è tutto pronto. A marzo esce il mio nuovo romanzo, dal titolo “Lo spazio tra le cose”. Sempre per Scrittura & Scritture

Le affacciate di Caterina Perali

Ho letto Le affacciate di Caterina Perali, mi è piaciuto molto e ci ho scritto qualche riga.

 

Nina è la protagonista di Le affacciate di Caterina Perali, nuovo libro NEO edizioni (dalla copertina pazzesca). Lavora in una grande società di eventi, a Milano, e abita nel quartiere Isola, a due passi dal Bosco Verticale. All’improvviso, Nina perde il lavoro, insieme ad altri colleghi. La sua vita cambia totalmente. La disoccupazione trasforma il suo modo di vivere e affrontare la quotidianità milanese. Niente più aperitivi e riunioni fiume e lavoro fino a notte fonda. Si chiude in casa, e vive a pieno il suo condominio a ringhiera, provando a interfacciarsi coi vari vicini. Nel frattempo mantiene una vita attiva sui social e sulle chat whatsapp, per far finta con amici e parenti che nulla sia cambiato.

Si tiene impegnata, Nina. Il suo condominio nel quartiere Isola è un microcosmo di varia umanità. Lei passa le giornate a contare i chiodi sulle travi del suo soffitto e osservare gli abitanti degli appartamenti, che fino a quel momento le sembravano così lontani.

È così che entra in contatto con Adele, anziana vicina che somiglia vagamente a Carla Fracci e con la quale non era mai entrata in confidenza. Una lettera, però, a firma Svetlana, le fa entrare in confidenza. Adele piano piano sembra aprirsi con la vicina, che intanto, senza più una vita lavorativa, si riversa anima e corpo in questa nuova conoscenza. Conoscenza che si allarga, quando arrivano nell’appartamento altre due donne: Teresita che legge la mano ed è ancora sessualmente molto attiva e Svetlana, la donna grossa e forte, scappata dalla guerra nei balcani e che sul cellulare un selfie con Obama. Una cena a base di lasagne e zuppa di pesce sarà il modo migliore per conoscerle, scoprire il loro passato e il sottile filo che lega le loro esistenze.

La scrittura dei Caterina Perali è ironica e tagliente. Si insinua sotto la pelle. “Le affacciate”, offre uno spaccato di vita contemporaneo e alienante, fatto di social, whatsapp, emozioni aride, poca empatia. Un libro originale, sorprendente. Disseminato qui e lì di frasi folgoranti – “mangiare da soli mette alla prova, quando si è felici. Da infelici, e non per scelta, è una triste constatazione” oppure “siamo capaci solo di mostrarci. Io, il mio dolore e la mia disperazione; lei la sua pazienza e la compassione. Un gioco di ruolo anche per noi, diventate a nostra volta vittime della fragilizzazione delle relazioni, come diceva Bauman”, ancora “ La lamentela è l’alibi perfetto per la solitudine” – , questo romanzo riesce nel farsi leggere rapidamente, perché da lettore vuoi seguire la storia misteriosa delle “tre anziane donne”, capire in che modo siano legate l’una con l’altra. Una storia che si snoda a cavallo tra i decenni, tra la Jugoslavia, la Grecia e Venezia.

Angosciante, teso e visionario, il secondo romanzo di Caterina Perali è strettamente legato al suo primo, Crepa, pubblicato nel 2015. Nina è uno dei personaggi che ritroviamo anche qui, e ritroviamo anche gli altri personaggi di contorno, stessa l’ambientazione ai piedi del bosco verticale. Per chi come me quei luoghi li ha vissuti (dal 2008 al 2013 a Milano e, per pochissimo sarei dovuto andare ad abitare vicino al Bosco ancora in costruzione) questo romanzo ha la duplice funzione di evocare delle situazioni note e di descrivere degli atteggiamenti e dei modi di vivere tipicamente milanesi: il lavoro nel settore eventi, le continue mail, le riunioni, il sentire di non potere non staccare mai, pena l’uscita dai giochi, la scomunica, la dannazione eterna.

Si vede bene che l’autrice quelle sensazioni le ha vissute sulla propria pelle (se non le ha vissute, complimenti doppi), e sa bene anche descrivere il mondo contemporaneo in cui se non sei social non esisti, e sembra normale trascorrere un’intera serata a cena con cellulare in mano a mandare messaggi su whatsapp all’amica di sempre, Anna. Molto interessante, infatti, e quasi “storia nella storia”, la lunga serie di messaggi che Nina e l’amica si scambiano, durante tutta la lunghezza del romanzo. Le due parlano di tutto: lavoro, amore, appuntamenti, morti in mare, politica, attentati. Chat whatsapp, insomma, lo sappiamo bene, in cui i messaggi si susseguono a centinaia e spesso non hanno profondità, servono soltanto a stabilire un vago contatto, senza reale interesse.

I social permettono a Nina di fingere di essere ancora viva e produttiva, nonostante abbia perso il lavoro. Appena sveglia al mattino, i like sulle pagine, i commenti sotto un post, qualche messaggio su Facebook, permettono alla cerchia di amici di avere ancora un contatto. A lei, tutto questo serve per ingannare sé stessa e tenersi impegnata, in quella che è a tutti gli effetti una grande bolla illusoria.

Importanti e ben delineate sono le altre sottotrame che si dipanano da quella principale. La storia di Svetlana ambientata in Jugoslavia, la storia d’amore che vede come protagonista la piccola e misteriosa Adele. Tutte storie che, nel periodo in cui Nina è senza lavoro, servono ad arricchire la sua vita. Senza queste, probabilmente, sarebbe perduta. Servono, in qualche modo, a dare alla protagonista maggiore consapevolezza del mondo che le sta intorno, servono a farle alzare la testa dallo smartphone e guardare ancora in faccia le persone.

Un romanzo dalla forza inaspettata, questo della Perali, che indaga in modo sorprendente nella nostra vita quotidiana. Un romanzo che parla dei nostri tempi, parla di lavoro ma non solo, e che sa essere, allo stesso tempo, divertente e amaro.

Caterina Perali (Treviso), anno 1975. Dopo gli studi a Venezia si sposta tra Genova e Lisbona per irrequietezza e amore delle città d’acqua. Per falsa coerenza ora vive tra Treviso e Milano, in un quartiere chiamato Isola, dove lavora nella produzione di spot pubblicitari. È stata autrice televisiva, ideatrice di social network fallimentari, sognatrice e collaboratrice per riviste di teatro e food and beverage. Suo il romanzo Crepa (13Lab Edizioni, 2015).

Intervista a Radio Crc – Napoletani belli int Street

C’è poco da fare. La radio è sempre la radio.

Quando ti trovi davanti a quel microfono a parlare, è davvero una continua emozione. E allora grazie di cuore a Radio Crc e ad Antonio Esposito per avermi invitato a raccontare i luoghi del mio romanzo e i posti di Napoli a cui sono più legato.

Napoletani belli int Street è uno splendido format grazie al quale fare approfondimenti e raccontare la nostra meravigliosa città. 📻 🎤

Ecco la puntata.

Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo di Sarajevo, di Vincenzo Gambardella

Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo di Sarajevo è un libro sorprendente di Vincenzo Gambardella, scrittore schivo – non ha social e non spamma in giro sul web il suo ultimo libro, incredibile vero, al giorno d’oggi? – ma prolifico. Soprattutto negli ultimi anni ha scritto tanto, e io che sono stato molto fortunato, ho avuto il piacere di leggere alcuni dei suoi ultimi lavori trovandoli sempre di altissimo livello.

Dopo essermi perso con ammirazione nel racconto dei fuochisti in Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo e aver apprezzato la storia dei muti proprietari di un banco dei pegni di Come tutte le cose dell’universo, ho letto la storia toccante e commovente di Ivan Muthiac, che piccolino, suona bene la chitarra e, orfano, scappa dalla guerra di Sarajevo.
Come molti dei personaggi di Gambardella, il protagonista è spaesato, emarginato, ma durante la storia piano piano cresce, matura, trova il suo posto nel mondo. Ma prima di farlo, attraversa numerose vicissitudini, tormenti, e solo dopo esserci passato attraverso può finalmente trovare pace.

Il piccolo Ivan dalla Jugoslavia a Napoli, e poi a Milano, vive la sua vita umile e ha la chitarra sempre nel cuore. Nulla può separarlo da questo oggetto, quasi una prosecuzione del suo corpo, è la sua compagna di vita. Vive in una comunità di orfani, dove ci sono altri ragazzini come lui, pieni di problemi, che cercano il loro posto nel mondo.

Ed è nel capoluogo lombardo che arriverà l’incontro che cambia per sempre la sua vita: un professore di chitarra gli fa ascoltare Django Reinhardt, e lui si innamora della sua musica. Intanto il ragazzino cresce, e vive un anno incredibile, ricco di incontri, di scelte, di avventure in compagnia di vecchi e nuovi amici. Sempre nel segno della musica.

La scrittura di Gambardella è come sempre leggera come un acquerello, ma penetra dentro. Le storie che racconta sono belle perché semplici ma universali, e sempre segnate da una grazia e un dinamismo sorprendenti. Non si può che legare e affezionarsi a questo ragazzino testardo e con il cuore buono, che non riesce sempre ad esprimere tutte le sue capacità, chitarra a parte. E si coglie in pieno anche la grande umanità di Gambardella, scrittore sincero e appassionato, e ancor prima insegnante, che probabilmente avrà conosciuto tanti ragazzini come Ivan, innamorati della vita e desiderosi di trovare il loro posto nel mondo.

Presentazione del nuovo libro di Lavinia Petti, La Ragazza delle Meraviglie

Venerdì 22 Novembre alle 18.30 avrò il piacere di intervenire alla presentazione del nuovo libro di Lavinia Petti, La Ragazza delle Meraviglie, al Mondadori Bookstore al Vulcano Buono (Nola).

Insieme a me e all’autrice ci sarà anche Autilia Napolitano. Il nuovo libro di Lavinia Petti è una misteriosa e intrigante storia ambientata a Napoli, ricca di personaggi indimenticabili. Ne parleremo in modo approfondito Venerdì 22. Vi aspetto.

«Quella di Lavinia Petti è una Napoli ricamata di misteri» Io Donna

Napoli, quartiere Forcella. In una fredda notte d’inverno, una neonata viene abbandonata nella Ruota degli Esposti dell’ospedale dell’Annunziata. Al collo ha una catenina di rame con due misteriosi oggetti, una chiave arrugginita e una moneta antichissima. Adottata da una famiglia di estrazione popolare, Francesca Annunziata, che si fa chiamare Fanny, trascorre nelle campagne del Moiariello che sovrastano la città un’infanzia libera e selvaggia, fatta di avventure solitarie alla scoperta di vecchi ruderi e di notti popolate da sogni inquietanti, forse premonitori, che le valgono l’appellativo di janara, strega. Alla vigilia dei suoi quattordici anni, la ragazza scopre per puro caso la verità sul suo passato. Furiosa per quello che considera un vero e proprio tradimento da parte delle persone più importanti della sua vita, Fanny scappa di casa e trova rifugio in una grotta vicino al mare. Per la prima volta è del tutto sola, e ha con sé soltanto gli oggetti con cui è stata trovata. Nonostante l’impresa le paia impossibile, decide di andare alla ricerca dei suoi veri genitori proprio a partire da quegli enigmatici amuleti. E in questa avventura verrà aiutata e ostacolata da una fantasmagorica galleria di personaggi partoriti dagli anfratti più arcani della città.
In una Napoli oscura e segreta di primordiale e inquietante bellezza, dove si venerano antichi dèi, i morti si confondono con i vivi e le leggende sembrano prendere vita, Lavinia Petti intreccia una storia di amore e morte che porterà Fanny alla scoperta delle proprie origini e forse delle origini di un’intera città.

Viola Ardone, Il treno dei bambini.

 

Se a Napoli nasci povero, nel dopoguerra, non ti aspetta un futuro roseo. Anzi, il meglio che ti possa capitare nel vicolo è contare la gente che non ha le scarpe rotte ai piedi. Povertà e miseria sembrano le uniche strade previste, per i bimbi di Napoli.
Per questo il treno dei bambini che andrà al nord è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Su questo treno, saliranno una serie di bambini che saranno ospitati in famiglie comuniste in Emilia Romagna (non in Russia, come si vocifera). Dettaglio non da poco, Al nord tutti hanno le scarpe ai piedi. E da mangiare, soprattutto. E il lavoro non manca. Se si vuole, si può avere un violino da suonare.
Amerigo Speranza lo scoprirà quando salirà con altri suoi coetanei su quel treno, con un cappottino nuovo regalatogli dal partito, lasciandosi alle spalle lo squallore di una Napoli che non riesce a rialzarsi subito dopo la guerra.
Purtroppo il sogno dura solo pochi mesi, perché questi sono i patti, e il ritorno a casa da mamma Antonietta, tra povertà e stenti, non è affatto semplice. Ritrovarsi di nuovo a vivere la vita del vicolo, dopo aver assaporato ricchezza e benessere, sarà possibile?

In questo romanzo la scrittrice e insegnante napoletana Viola Ardone racconta una storia poco nota e lo fa attraverso la voce narrante del piccolo Amerigo, che coi suoi occhi vispi e curiosi ci descrive due mondi totalmente diversi. E racconta sogni, speranze, paure e curiosità filtrate da questo piccolo monello che desidera soltanto una vita normale.
La scrittura di Viola Ardone sorprende per l’innata capacità di ricreare immagini indimenticabili con periodi brevi e senza particolari fronzoli. Ma è una prosa che tocca le corde del cuore e proprio per questo tiene incollato il lettore, che pagina dopo pagina si appassiona a questa storia e ai numerosi personaggi di contorno: la mamma Antonietta, la funzionaria di partito Derna che organizza la spedizione al nord, la famiglia in cui viene ospitato Amerigo, i suoi piccoli compagni di viaggio e le strane figure che popolano i vicoli di Napoli.
Un romanzo tenero e accattivante, che partendo da un fatto storico poco conosciuto ci racconta una storia universale di riscatto e speranza.

Toni Morrison, Amatissima

C’è una casa, al 124 di Bluestone Road, in cui vive Sethe, con sua figlia Denver. Sethe è fuggita via dal Kentucky, da un’altra casa chiamata Sweet Home, è scappata dalla schiavitù. Ora si trova nell’Ohio, uno stato libero. Sulla schiena ha un albero di cicatrici che le ricorda quotidianamente le frustate subite nel corso degli anni. Vive al 124 di Bluestone Road, Sethe, ma non ha ancora trovato pace. A tormentarla, a infestare la sua nuova casa, c’è il fantasma della sua bambina.

Beloved, Amatissima. Che ora non c’è più, è stata uccisa dalla madre affinché non provasse anche lei gli orrori dell’essere schiava. Sethe le ha tagliato la gola, quando la piccola ancora non aveva un nome. Lo ha fatto quando ha visto il cappello del “maestro” da lontano. Il cappello dell’uomo bianco che ne avrebbe reclamato il possesso, perché la fuga non era prevista, non era ammessa dalla legge. La neonata è morta, gli anni sono passati. Ora la neonata che non esiste più infesta la casa al 124 di Bluestone Road, è tornata a reclamare amore, a reclamare di essere ricordata. Lei, come i milioni di morti durante quegli anni, vuole essere ricordata. Lo pretende, per non finire nell’oblio.

Il romanzo di Toni Morrison è una storia sulla maternità, sulla schiavitù, sulla morte e sulla vita. Ci sono tante donne, in Amatissima. C’è Sethe, c’è Denver. E c’è Baby Suggs, schiava per 60 anni, poi riscattata dal figlio Halle. E poi c’è Beloved, un fantasma che reclama una vita che non ha mai potuto avere. Gli uomini, in questo romanzo, restano sullo sfondo, ma servono a spiegarci meglio la grandezza e la complessità di queste donne. C’è Halle, figlio di Baby Suggs e marito di Sethe, che non ha lasciato il Kentucky con i figli ed ora appartiene al passato. Gli altri figli di Sethe, sono scappati di casa, adolescenti, per sfuggire al fantasma. E poi c’è Paul D, che era anche lui a Sweet Home e ora, dopo anni, rincontra Sethe e sua figlia. E deve fare i conti anche con Beloved, che non è più solo un fantasma, ma è diventata una donna reale, vero corpo venuto dall’acqua del fiume. Beloved, rinata dall’acqua, ora gioca con Denver, sua sorella. Parla con la madre. Forse vuole vendicarsi, forse l’ha perdonata. Intanto, Sethe fa ogni giorno i conti con sé stessa, con il suo passato, col fardello che porta dentro nel suo cuore.

La storia di Sethe è la storia di Margaret Garner, scappata dalla schiavitù realmente nel 1856, per arrivare in Ohio. Toni Morrison aveva letto la sua vicenda nell’antologia The Black Book, la storia di una donna che, dopo aver compreso che sarebbe stata ricatturata, uccise la figlia, scegliendo per lei che la morte sarebbe stata più dolce della schiavitù.
Il libro è stato pubblicato nel 1987 e ha vinto il Premio Pulitzer, consacrando la Morrison nell’Olimpo dei grandi scrittori americani del 900. La scrittura è complessa, il linguaggio stratificato. Alle volte si fa fatica a stare dietro alle varie digressioni, ai salti nel tempo, alle storie che si intrecciano. È un viaggio difficile e doloroso, non iniziate questo libro se avete voglia di una lettura leggera. Ma, se iniziate, portatela a termine. Lo dovete. Lo dovete ai “sessanta milioni o più”, che si trovano nella dedica iniziale: gli africani che morirono durante il secolo e passa, in cui la schiavitù negli Usa era legale.

La recensione su “La Lettrice”

Ringrazio Giusi Oliveti per la bella e approfondita recensione.

Secondo me, dallo sguardo di una persona traspare tutto, se nella sua vita manca qualcosa o qualcuno, se i suoi occhi sono carichi di rabbia, di tristezza, di angoscia oppure sovrabbondano di felicità; perciò quando conoscete una persona, non vi limitate a chiederle come sta o ad osservare i suoi chili: osservate bene i suoi occhi ed ascoltate la storia che hanno da raccontarvi.

La recensione completa è a questo link: https://lalettrice.weebly.com/home/la-ragazza-della-fontana-recensione

Firmacopie alla Mondadori Nola

Con grande gioia, sabato  5 ottobre a partire dalle 11 sarò alla Mondadori Nola al Vulcano Buono per un firmacopie.

Sono onorato di poter portare “La ragazza della Fontana” all’interno di una libreria così importante.
Grazie alla disponibilità di Gennaro Pecora.
Ingresso libero